domenica 28 marzo 2021

Sergej Esenin: svegliare la sensazione della poesia

Esenin è un poeta di cui sono innamorata, dalle sue "Confessioni di un teppista", scoperte tramite la meravigliosa versione musicata di Angelo Branduardi, "Confessioni di un malandrino".
In questo passo del libro si coglie la sua essenza.
Libro sulla poesia eseniana, prestatomi da un'amica appena conosciuta nel Dicembre 2019 e ancora in mio possesso.
Mi è tanto piaciuto al punto da spingermi a riprendere questo blog di citazioni letterarie oramai abbandonato da 10 anni.

 "Certo a Kostantinovo non giungevano che smorzate e lente, più lievi che echi, le notizie della vita di Russia, vicende e fatti delle lontane province avevano soltanto valore di racconto, quasi di imprese e avventure di un mondo straniero. Così, i contatti veramente vitali, sanguigni, si stringevano piuttosto che con esse, con le storie minime e quotidiane di un luogo di campagna posto ai confini del mondo.
I giorni del giovane Sergio si legavano ai fatti paesani, alle storie e leggende raccontate la sera, agli avvenimenti piccolissimi di una quieta esistenza contadina. Entravano nella sua vita gli elementi stessi del tempo contadino. Della gente di terra, a cui apparteneva, gli rimase sempre la facoltà di paragone e giudizio, la sorte di sentirsi estraneo appena fuori del cerchio delle voci del proprio villaggio, quella ostilità sorda, anche se dimessa e innocente, verso gli «altri uomini».

Ilja Erhemburg parla di lui, a Mosca, come di una visione. Gli occhi celesti estatici del sognatore vagabondo e sperduto, l'aria lontana e sofferente del provinciale, se non intimidito dalla città, certo estraneo e nemico e giudice dei cittadini, dei costumi, dell'aria stessa della città.
Fino al suo primo incontro con la poesia, nulla gli era avvenuto. Nessuna sensazione di un domani diverso, nessun dubbio sulla propria felicità. Tranquilla vita a Kostantinovo di un ragazzo russo coi compagni e le bestie, le abitudini millenarie della gente povera, i paesaggi immobili e ripetuti della campagna. Gli studi ripresi e rotti più volte, come accadeva sovente nei villaggi, ove il lavoro e l'indigenza costringevano i ragazzi anche volenterosi (e tra questi non era Sergio) ad abbandonare i libri in soccorso alle mani paterne.

Fu un vecchio libro di poesie e leggende popolari a svegliare in lui la sensazione della poesia. L'incontro casuale lo commentò assieme al nonno, come di una cosa straordinaria, una scoperta da ragazzi: «Allora per la prima volta -  m'imbattei nella rima - dalla febbre dei sentimenti - avevo il capogiro... Anni lontani, come in una nebbia - riodo il nonno dirmi con tristezza: - Serve a niente, ma se ti piace, scrivi di frumento - e soprattutto di cavalle...». A questo incredibile testamento poetico dell'avo, Serghej serbò fede per tutta la vita.
Dall'incontro con la poesia nacquero nella mente del ragazzo i sogni più colorati «di  gloria, di ricchezza - perfino di un monumento a Riazan...»
.
Fu con questo esilissimo bagaglio di esperienza che il ragazzo Serghej Alexandrovic Esenin non ancora diciassettenne lasciò Riazan e se ne arrivò a Pietroburgo. Si era alla vigilia della grande guerra.

È noto il richiamo che le due grandi città russe esercitavano nelle province, specie sui giovani. La vita intensa e varia, i molteplici interessi, la vivacità delle discussioni, quel ritmo rapido sognato avevano sempre costituito un miraggio già dai tempi più antichi. Dinanzi alla luce che splendeva in esse, le cittadine, per non dire dei paesi e i villaggi, parevano luoghi deserti ove nulla poteva accadere a mutare il corso degli avvenimenti, sempre uguali e monotoni. Abitare in una delle due città costituiva già di per sè un titolo di riconoscimento."

 da "Serghej A. Esenin L'estremo cantore dell'antica Russia di fronte alla rivoluzione" di Giovanni Arpino


 

 

venerdì 4 luglio 2014

Scrivo, lei ha scritto

«Sospetto che tutto quanto è successo non sia stato fortuito, ma che corrisponda a un destino disegnato prima della mia nascita ed Esteban García è parte di questo disegno. È un tratto rozzo e contorto, ma nessuna pennellata è inutile. Il giorno in cui mio nonno gettò a terra tra le erbacce del fiume sua nonna, Pancha García, aggiunse un altro anello a una catena di eventi che dovevano compiersi. Poi il nipote della donna violentata ripeté il gesto con la nipote del violentatore e tra quarant’anni può darsi che mio nipote getti a terra fra i cespugli del fiume la sua e così via, per i secoli a venire, in una storia interminabile di dolore, di sangue e di amore. Nella cella d’isolamento mi era parso di combinare un rompicapo in cui ogni pezzo ha un posto preciso. Prima di sistemarli tutti, mi sembrava incomprensibile, ma ero sicura che, se riuscivo a finirlo, avrei dato un senso a ciascuno e il risultato sarebbe stato armonioso. Ogni pezzo ha una ragione di essere così com’è, compreso il colonnello García. Ogni tanto ho la sensazione che questo l’ho già vissuto e che ho già scritto queste stesse parole, ma capisco che non sono io, bensì un’altra donna, che aveva preso appunti sui quaderni affinché io me ne servissi. Scrivo, lei ha scritto, che la memoria è fragile e il corso di una vita è molto breve e tutto avviene così in fretta, che non riusciamo a vedere il rapporto tra gli eventi, non possiamo misurare le conseguenze delle azioni, crediamo nella finzione del tempo, nel presente, nel passato, nel futuro, ma può anche darsi che tutto succeda simultaneamente, come dicevano le tre sorelle Mora, che erano capaci di vedere nello spazio gli spiriti di ogni epoca. Per questo mia nonna Clara scriveva nei suoi quaderni, per vedere le cose nella loro dimensione reale e per schernire la cattiva memoria.»


“La casa degli spiriti”, Isabel Allende,  Universale Economica Feltrinelli, p.363


mercoledì 9 ottobre 2013

L'invenzione del matrimonio

"Orlando non riusciva a supporre altro, se non che fosse stata fatta una qualche nuova invenzione riguardo la razza umana; che quella gente fosse stata saldata insieme, coppia a coppia; ma chi l'avesse fatto,e quando, questo lo ignorava. Non pareva stata la Natura. Se osservava i colombi o i conigli o i suoi levrieri, non le sembrava che la Natura avesse mutato i loro costumi. [...]. Tra gli animali non esistevano legami indissolubili. Era stata la regina Vittoria allora? O Lord Melbourne? Proveniva dunque da loro, la grande invenzione del matrimonio? [...]
Tutta mesta se ne stava alla finestra del 'salotto' (così la Bartholomew aveva battezzato la biblioteca); e il peso della crinolina che remissivamente aveva adottato l'attirava a terra, Mai aveva indossato un abito tanto pesante, tanto cupo, che l'avesse impacciata a tal segno. Ora sì che aveva finito di correre in giardino coi suoi cani, o di salire leggera l'erta della collina, per andarsi a gettare sotto la quercia [...]. Diventava apprensiva, vedeva dei ladri nascosti negli anditi, e per la prima volta in vita sua ebbe paura dei fantasmi nell'aggirarsi per i corridoi. Tutte queste cose la resero proclive a riconoscere, a poco a poco, la nuova invenzione, sia che fosse della regina Vittoria o di qualcun altro; cioè, che ogni uomo, ogni donna ha un compagno nella vita, il quale gli è predestinato, che protegge o da cui è protetto, sino all'istante in cui la morte li separerà. E sentiva che sarebbe stato un grande conforto potersi appoggiare; sedersi; anzi, coricarsi; e non levarsi mai, mai, mai più. Ecco come lo spirito agiva su di lei, malgrado tutto il suo passato orgoglio [...]."

Come mai Orlando, abituata all'avventura, dopo lo scherzo della rana nel colletto dell'Arciduca, sembra convincersi a sposarsi? Come mai lei, inorridita dal cattivo gusto delle coppie saldate assieme, comincia ad osservare apprensivamente le fedi nuziali della gente che la circonda? Come mai si cruccia della propria solitudine, pur non sapendo scegliere alcuno con cui ammaritarsi? "Non era Orlando che parlava, ma lo spirito del tempo" dice Virginia.


'Orlando', V. Woolf, edizione Oscar Mondadori

martedì 13 agosto 2013

Paesaggio notturno prima di un'esecuzione

"I tre moschettieri" di Alexandre Dumas: sebbene si tratti di un classico inserito nella letteratura per ragazzi, mi ha molto divertito come lettura di svago nella calura estiva. In particolare, mi è piaciuta molto una descrizione essenziale ed efficace, senza leziosità e non prolissa, che dipinge la scena poco prima dell'esecuzione di Milady:

"Era circa mezzanotte. La falce di luna calante, rossa per le ultime tracce del temporale, si alzava dietro il borgo di Armentières. Il profilo delle case e lo scheletro di un alto campanile risaltavano nella luce pallida. Di fronte scorrevano le acque della Lys, simili a flutti di stagno fuso, mentre sull'altra riva si vedeva la massa nera degli alberi stagliarsi contro un cielo temporalesco, invaso da nuvoloni color rame che davano l'illusione del crepuscolo a notte fonda. A sinistra si ergeva un vecchio mulino abbandonato, dalle cui rovine una civetta mandava il suo grido acuto, regolare e monotono. Qua e là, nella pianura, a destra e a sinistra della strada percorsa dal lugubre corteo, apparivano alcuni alberi bassi e tozzi: sembravano nani deformi, accovacciati a spiare gli uomini in quell'ora sinistra.
Di tanto in tanto un grande lampo squarciava l'orizzonte in tutta la sua larghezza, serpeggiava sopra la massa nera degli alberi e, come una spaventosa scimitarra, tagliava in due il cielo e l'acqua. Neppure un soffio di vento muoveva l'aria. Un silenzio di morte passava su tutta la natura; il terreno era umido e scivoloso per la pioggia; le erbe, rianimate, spandevano un profumo più acuto."

(da "I tre moschettieri", Alexandre Dumas, edizione DeAgostini classici, pp.243-244)


lunedì 1 luglio 2013

Emancipazione di Carmen Morales

Diverso tempo fa, a casa di un amico mi colpì molto la copertina di un libro che giaceva solitario fra gli scaffali bianchi. Provai un richiamo inspiegabile per la grafica bianca ingiallita con dei disegni arancioni e poi per il titolo, lo presi e su due piedi cominciai a leggerlo senza ordine, per pura curiosità.
Me lo feci imprestare, ma era di tutt'altro genere rispetto a ciò che leggevo in quel periodo; andò a finire che dopo un anno circa restituii il libro al mio amico avendone letti solo alcuni stralci e alcune pagine finali.
Ricopiai  però l'episodio narrato nel finale su un quaderno che uso per le citazioni.
Da allora, di tanto in tanto, mi è capitato di rileggerlo, col risultato di rinnovare la curiosità nei confronti di questa lettura.
Il mese scorso in biblioteca, mentre tentavo di studiare distratta dai dorsetti dei libri di narrativa tutt'attorno, sono di nuovo incappata in questo titolo, in una veste diversa questa volta: una copertina azzurra con un'opera minimale, comunque piuttosto emblematica come la precedente.
Avevo appena concluso un libro, così mi sono decisa a prenderlo in prestito.
"Il piano infinito" di Isabel Allende non mi delude affatto, avrei dovuto leggerlo per intero quella volta, ma forse non era ancora il momento giusto.
Il racconto delle vicende di Gregory Reeves, che si alterna fra narrazione in terza persona ed io narrante, tocca tanti temi e involve tante altre storie.
Non è difficile ritrovare un senso di familiarità con questi personaggi, soprattutto se si ha una mente curiosa e si è nati in periferia senza troppe possibilità.
Devo ancora terminarlo ma, come ho detto, il finale lo conosco già.
Quello che conta ora è il viaggio attraverso la vita di Greg e sono sicura che la nipote del presidente Allende non mi deluderà, anzi!
Di seguito, due passi del libro fra i miei preferiti:


"L'uomo coltivò in lui la passione per determinati autori e ogni volta che Gregory formulava una domanda, lo invitava a cercare da sé la risposta, così imparò a usare enciclopedie, dizionari e altri strumenti della biblioteca. Se non trovi la soluzione,  consulta i giornali vecchi, gli consigliò. Davanti ai suoi occhi si aprì un vasto orizzonte, per la prima volta gli parve possibile uscire dal quartiere, non era condannato a restare sepolto lì per il resto dei suoi giorni, il mondo era immenso, si svegliò in lui la curiosità e il desiderio di vivere le avventure che prima si accontentava di vedere al cinema." (p. 104)



"La sua natura appassionata si infrangeva contro il doppio codice morale che mutava le donne in prigioniere e, al contrario, dava licenza di caccia agli uomini. Doveva difendere la sua reputazione perché qualunque ombra poteva scatenare una tragedia, il padre e i fratelli la sorvegliavano gelosamente, disposti a difendere l'onore della casa, e allo stesso tempo cercavano di fare con altre donne quello che non avrebbero mai permesso di fare alle donne del loro sangue. Carmen aveva uno spirito indomito, ma in quel periodo era ancora prigioniera nella ragnatela del che cosa diranno. Temeva soprattutto suo padre, poi l'esplosivo Padre Larraguibel e Dio, nell'ordine suddetto, e infine le male lingue, capaci di rovinare il suo futuro. Come tante altre ragazze della sua generazione, fu allevata secondo l'assioma che il matrimonio e la maternità erano il destino più perfetto - si sposarono, ebbero molti figli e vissero felici e contenti - però attorno a sé non aveva un solo esempio di felicità domestica, neppure i suoi genitori, che rimanevano uniti perché non potevano immaginare altra alternativa, ma erano ben lontani dall'imitare le romantiche coppie del cinema. Non li aveva mai visti scambiarsi una carezza e si vociferava che Pedro Morales avesse avuto un figlio da un'altra donna. No, non era questo che lei desiderava per . Continuava a sognare, come nell'infanzia, una vita diversa e avventurosa, ma non aveva il coraggio di rompere con il suo ambiente e uscire da lì." (pp. 120-121, edizione I Narratori/ Feltrinelli, 1992)
Grafica dell'edizione I Narratori/Feltrinelli, 1992 (In the mind's eye di Andrzej Dudzinski, particolare)
Grafica dell'edizione Universale Economica Feltrinelli, 2008




giovedì 13 giugno 2013

Indietro nel tempo

Un passo che mi ha molto colpito - e a quanto pare non solo me -  in un libro contemporaneo nomina e descrive dettagliatamente quattro quadri di cui ero ignara. Mi piace molto il senso dell'opera e come è inserita nella vicenda narrata dal libro:

"Poi sono entrato in una saletta in cui c'erano solo quattro quadri, e mi sono ricordato di averli già visti quando ero stato in gita scolastica con la terza media. Sono di Thomas Cole e s'intitolano "Il viaggio della vita" [...]. Sono dei quadri molto leziosi, un po' stupidi. Rappresentano le quattro età dell'uomo: infanzia, giovinezza, virilità e vecchiaia. In ogni quadro c'è una figura su una barca che naviga su un fiume, guidata da un angelo. 
"Infanzia"
Nel primo, Infanzia, c'è un bambino piccolo e la barca spunta da una caverna buia, il grembo materno. È mattino presto e il fiume scorre calmo attraverso una valle idilliaca piena di fiori. L'angelo è sulla barca, in piedi dietro al bambino, e hanno tutti e due le braccia tese verso il mondo a cui vanno incontro. 
"Giovinezza"
In Giovinezza è mezzogiorno e la barca si è addentrata nella bella valle. Il bambino si è trasformato in un ragazzo e sta in piedi, le braccia tese verso il futuro. L'angelo è sulla riva e gli indica la strada come un vigile. Le nuvole hanno la forma di un castello fantastico, circondato dal cielo azzurro. 
"Virilità"
In Virilità le acque del fiume sono furiose, il paesaggio è arido, tutto rocce; il cielo al tramonto è pieno di nuvole temporalesche. Il ragazzo è diventato un uomo, sempre in piedi sulla barca, ma prega a mani giunte mentre la barca punta verso le rapide. L'angelo è lontano, da un'apertura fra le nuvole guarda la barca che corre in avanti. Fa venire i brividi. 
"Vecchiaia"
Nell'ultimo quadro la barca entra dal lato opposto della tela. È difficile dire che ora sia perché il cielo è tutto scuro, c'è solo un fascio di raggi di luce che filtra tra i nuvoloni. È un'ora indistinta fuori dal tempo. Il fiume sta per sfociare calmo in un enorme mare scuro. Nella barca è seduto un vecchio e l'angelo vola proprio sopra di lui, indicando il mare e il cielo bui. In lontananza c'è un altro angelo che guarda giù dalle nuvole. Le mani del vecchio sono sempre giunte, ma non si riesce a capire se sta pregando o se sta implorando l'angelo di salvarlo prima che prenda il largo in quella paurosa oscurità [...].”

Termina qui la parte descrittiva dell’opera (che ho trovato già riscritta sul blog http://chicco1963.blogspot.it/2007/07/il-viaggio-della-vita-opera-di-thomas.html e ne approfitto per ringraziarlo dopo il furto che ho compiuto), ma io mi sono sentita in dovere di riportare anche la parte introspettiva del protagonista, in quanto mi ci sono ritrovata e proprio a proposito di questo libro. 
Lo avevo letto all'inizio del mio primo anno all'università, dopo averlo trovato per caso in libreria e acquistato per un vero e proprio colpo di fulmine letterario. Adesso mi ritrovo a rileggerlo, sul finire della mia carriera da studente, ed è il primo libro cui riservo questo trattamento. Tutto ciò che vorrei aggiungere lo dice quanto segue:

“La prima volta che li ho visti, quando facevo la terza media, ho pensato che erano bellissimi. Sembravano molto profondi [...].
Quando li ho rivisti sono rimasto scioccato, […] mi pareva impossibile che quei quadri melensi fossero in mostra permanente alla National Gallery. E poi ho avuto questa sensazione irrazionale che non fossero sempre stati lì, ma che qualcuno, sapendo che ci sarei andato, li avesse riappesi alle pareti. Una specie di trappola, insomma. Ma sapevo che non era vero, che erano sempre stati in mostra in quei cinque anni, non di più, anche se a me sembrava passata una vita. Non si può andare indietro nel tempo, lo so, ma a me pareva di sì: è sparito tutto, i cinque anni e il mondo, e mi sono sentito come se fossi due persone. Sul serio. Sentivo quello che avevo provato a tredici anni e quello che provavo in quel momento […]. E poi mi sono agitato perché ho capito che volevo essere nell'ultimo quadro, Vecchiaia, nella barca che andava verso il buio. Volevo saltare quella della Virilità. L’uomo adulto era terrorizzato e non riuscivo a capire che senso aveva il suo viaggio: perché affrontare quelle rapide infide, su un fiume che sarebbe  comunque finito nell'oscurità, nella morte? Io volevo essere nella barca insieme al vecchio, con tutti i pericoli alle spalle e  l’angelo accanto che mi guidava verso la morte. Volevo morire.”

"Un giorno questo dolore ti sarà utile", Peter Cameron, pp.120, 121, 122; edizione Adelphi


sabato 18 maggio 2013

Donna nell'Ottocento russo


Diversi libri e le loro note trasposizioni cinematografiche avranno portato alcuni di noi a pensare quanto potesse  essere desiderabile vivere nell'Ottocento, immaginando abiti sontuosi, maniere eleganti, palazzi affrescati e feste da ballo.
Ma sentiamo cosa Dostoevskij fa dire in uno dei suoi monologhi mentali - solitamente deliranti ma, in questo caso, è molto lucido e realistico -  a Goljadkin, il “nostro eroe” ne ‘Il sosia’, mentre egli attende, bagnato fradicio dopo una tormenta di neve, accasciato su un ceppo accanto a un cumulo di legna, un segnale convenzionato di Klara Olsùf’evna, dopo aver ricevuto la di lei missiva:

«Ecco com'è,  signorina mia, sempre che vogliate saperlo. E in una capanna, signorina mia, dico, è così e così, nel nostro secolo nessuno ci vive. Ecco che cosa! E senza costumatezza nel nostro secolo industriale, signorina mia, non si fa presa, del che voi stessa servite ora di funesto esempio…
Occorre, dite, prestar servizio come capoufficio e vivere in una capanna, sulla riva del mare. In primo luogo, signorina mia, sulle rive del mare non ci son capiufficio. Poiché, mettiamo, per fare una supposizione, ecco, io inoltro una domanda, mi presento… dico, è così e così, fatemi capoufficio, dico… e difendetemi dal mio nemico… ma a voi diranno, signorina, diranno quello… di capiufficio ce ne sono già molti, e che voi qui non siete dall'emigrata Falbalà [nomignolo che Goljadkin affibbia all'istitutrice francese del collegio in cui ha studiato Klara Olsùf’evna, n.d.r.], dove avete imparato i buoni costumi, del che voi stessa servite di funesto esempio. I buoni costumi poi, signorina, vuol dire starsene a casa, rispettare il padre e non pensare ai fidanzati prima del tempo. I fidanzati, signorina, a suo tempo si troveranno… ecco com'è  Certamente, bisogna possedere, ciò è indiscutibile, varie capacità, come: suonare a volte il pianoforte, parlare il francese, sapere la storia, la geografia, il catechismo e l’aritmetica… ecco com'è ... E di più non occorre. Oltre a ciò, anche la cucina; senza fallo nella cerchia delle cognizioni di ogni ben costumata fanciulla deve entrar la cucina! Qui invece che cosa abbiamo? In primo luogo, bellezza mia, egregia signorina mia, non vi lasceranno uscire, e vi faranno inseguire, e poi sotto chiave, in un monastero. E allora, signorina mia? Allora che vorrete che io faccia? Mi ordinerete, signorina mia, secondo certi stupidi romanzi, di venire sulla prossima collina a sciogliermi in lacrime, guardando le fredde mura della vostra prigione, e infine di morire, secondo l’abitudine di certi pessimi poeti e romanzieri tedeschi? È così, signorina? Sì, in primo luogo, permettetemi di dirvi amichevolmente che le cose non si fanno così; in secondo luogo, frusterei a dovere voi e anche i genitori vostri, perché vi hanno lasciato leggere dei librucci francesi; giacché i librucci francesi non insegnano il bene. Lì, c’è un veleno… un veleno pestifero, signorina mia! Oppure voi pensate, permettete che ve lo domandi, oppure voi pensate che, diciamo, così e così, fuggiremo impunemente e poi quello… diciamo, eccovi la capannuccia sulla riva del mare; e poi cominceremo a tubare e a ragionar di svariati sentimenti e così trascorreremo anche tutta la vita, in agiatezza e felicità; e poi verrà al mondo un piccolino, e allora noi di quello… diremo, è così e così, genitore nostro e consigliere di stato, Olsufij Ivànovič, ecco, diremo, è venuto un piccolino, e così voi in questa buona occasione ritirate la maledizione e benedite la coppia? No, signorina, e ancora una volta, le cose non si fanno così, e la prima cosa è che il tubare non ci sarà, non vogliate sperarlo. Oggigiorno il marito, signorina mia, è il padrone e una buona, bene educata moglie deve compiacerlo in ogni cosa. E le tenerezze, signorina, oggigiorno non piacciono, nel nostro secolo industriale; sono passati, dicono, i tempi di Jean Jacques Rousseau. Il marito, per esempio, oggidì viene affamato dall'ufficio;  animuccia, dice, non c’è qualche cosa per fare uno spuntino, un po’ di vodka da bere, un’aringhetta da mangiare? E così voi, signorina, dovete aver subito pronte un po’ di vodka e l’aringhetta. Il marito farà il suo spuntino con appetito, e a voi non getterà neanche uno sguardo, ma dirà: va’ un po’, dirà, in cucina, micetta mia, e bada al desinare e tutt’al più vi bacerà una volta alla settimana, e anche allora con indifferenza… Ecco com'è  secondo noi, signorina mia! E anche allora con indifferenza, dico!... Ecco come sarà, se si deve ragionar così, se ormai a questo si è arrivati, che si debba cominciar a vedere la cosa, ecco, a questa maniera…»

"Il sosia", 1866, F.Dostoevskij (dalla raccolta "Racconti e romanzi brevi"), pp. 323,324, 325
Ivan Kramskoj - Portrait of E. Vasilchikova (1867)





giovedì 9 maggio 2013

L’incubo di Goljadkin


"Ora il signor Goljadkin sognava di trovarsi in un’ottima compagnia, nota per la sua arguzia e per i modi distinti di tutte le persone che la componevano; sognava che il signor Goljadkin, a sua volta,  si era segnalato in fatto di gentilezza e  di arguzia che tutti l’avevano preso a benvolere, perfino alcuni dei nemici suoi, che eran pure lì, l’avevano preso a benvolere, il che era molto gradito al signor Goljadkin; che tutti gli avevano assegnato il primato, e infine che  il signor Goljadkin in persona aveva udito con compiacenza come lì stesso il padrone di casa, tirato in disparte qualcuno degli ospiti, aveva lodato il signor Goljadkin… e d’un tratto, che è che non è, era nuovamente comparso il personaggio noto per le sue  male intenzioni e i suoi bestiali impulsi, sotto l’aspetto del signor Goljadkin minore, e lì stesso, di colpo, in un batter d’occhio, con la sua sola apparizione, il Goljadkin minore aveva demolito tutto il trionfo e tutta la gloria del signor Goljadkin maggiore, eclissato con la sua persona il Goljadkin maggiore, calpestato nel fango Goljadkin maggiore e infine chiaramente provato che il Goljadkin maggiore non era affatto quello che sembrava, ma era e questo e quello e, di conseguenza, non doveva e non aveva il diritto di appartenere alla società delle persone benintenzionate e di belle maniere.  E tutto ciò era accaduto a tal segno rapidamente che il signor Goljadkin maggiore non aveva neppur fatto in tempo ad aprir bocca, che già tutti si erano dati anima e corpo allo scandaloso e falso signor Goljadkin e col più profondo disprezzo avevano respinto lui, il vero e innocente signor Goljadkin. Non restava più una persona, nemmeno la più insignificante di tutta la compagnia, a cui l’inutile e falso signor Goljadkin non si fosse strofinato a modo suo, nella maniera più sdolcinata, a cui non avesse fatto la corte a modo suo, davanti alla quale non avesse bruciato, al suo solito, un qualche incenso dei più gradevoli e dolci, cosicché la persona incensata annusava soltanto e starnutiva fino alle lacrime, in segno di supremo piacere. E, soprattutto, ciò avveniva in un attimo: la rapidità di mosse del sospetto e inutile signor Goljadkin era meravigliosa! Ha appena avuto il tempo, per esempio, di strofinarsi  a uno, di guadagnarne la benevolenza, e in meno d’un batter d’occhio eccolo già presso un altro. Liscia, liscia quest’altro alla chetichella, strappa un sorrisino di condiscendenza, spara un calcetto con la sua gambetta cortina, tondella, abbastanza rigidetta del resto, ed eccolo già con un terzo, e già corteggia il terzo e liscia amichevolmente anche lui; non hai il tempo di aprir la bocca, di piombare dallo stupore, che lui è già presso un quarto, e col quarto è già negli stessi rapporti; è un orrore: una stregoneria, e basta! E tutti sono lieti di vederlo, e tutti lo amano, e tutti lo decantano, e tutti proclamano in coro che la sua gentilezza e la tendenza satirica del suo ingegno sono incomparabilmente superiori alla gentilezza e alla tendenza  satirica del vero signor Goljadkin,  e in tal modo svergognano il vero e innocente signor Goljadkin, e respingono il verosimile signor Goljadkin, e già cacciano a urtoni il bene intenzionato signor Goljadkin, noto per il suo amor del prossimo!... Pieno di angoscia, di orrore, di furore, il martoriato signor Goljadkin corse fuori sulla via e cercò di noleggiare una vettura per volare direttamente da sua eccellenza, e, se non da lui, almeno da Andréj Filìppovič, ma… orrore! I vetturini in nessun modo acconsentivano a portare il signor Goljadkin: «Non è possibile, signore, dicevano, portare due persone perfettamente simili; una brava persona cerca di vivere secondo onestà, e non in qualunque maniera, e non ha mai doppia esistenza»In una frenesia di vergogna il perfettamente onesto signor Goljadkin si guardava intorno, e in realtà si sincerava egli stesso, coi propri occhi, che i vetturini e Petruška, messosi in combutta con loro, erano tutti nel loro diritto; giacché il depravato signor Goljadkin si trovava realmente pure lì, accanto a lui, a non grande distanza da lui e, seguendo le vili consuetudini dell’indole sua anche lì, anche in quel critico caso senza fallo si accingeva a fare qualcosa di oltremodo sconveniente, che non rivelava per nulla la speciale nobiltà di carattere che si riceve di solito con l’educazione: nobiltà di cui tanto si gloriava a ogni favorevole occasione il ripugnante signor Goljadkin secondo. Senza aver coscienza di sé, pieno di vergogna e di disperazione, il perduto e assolutamente retto signor Goljadkin si diede a correre: dove lo portavan le gambe, in balìa del destino, all’impazzata; ma ad ogni suo passo,  a ogni colpo della sua gamba sul granito del marciapiede, balzava fuori, come di sottoterra, un altro perfettamente simile e, per la depravazione del cuore, ripugnante signor  Goljadkin. E tutti questi individui perfettamente simili, subito dopo la loro apparizione, si buttavano a correre uno dietro l’altro, e in una lunga serie, come una fila di oche, si stendevano e arrancavano dietro il signor Goljadkin maggiore, cosicché venne infine al mondo uno spaventoso visibilio d’individui perfettamente simili… cosicché tutta la capitale fu infine stipata di quei perfetti simili, e un agente di polizia, vedendo una tale offesa al decoro, fu costretto a prendere tutti quei perfetti simili pel bavero e a cacciarli in una garitta che si trovava per caso al suo fianco… Intorpidito e agghiacciato dall’orrore, sentiva che anche nella veglia si passava il tempo ben poco più allegramente…. Provava una sensazione penosa, tormentosa… Lo assaliva un’angoscia tale, come se qualcuno gli rosicchiasse il cuore nel petto…"

Il sosia", 1866, F.Dostoevskij (dalla raccolta "Racconti e romanzi brevi"), pp.272,273,274



Copia di "Riproduzione vietata"di R. Magritte
(da https://www.flickr.com/photos/rokepaintsportraits/4084910401)




sabato 4 maggio 2013

Contestualizzazione

 «E con l'impostura e l'impudenza, egregio signore, nel nostro secolo non si fa presa. L'impostura e l'impudenza, egregio signor mio, non portano a nulla di bene, ma conducono al capestro. Griška Otrep'ev (monaco che si fece passare per Dimitrij, figlio di Ivàn il Terribile, n.d.r.) soltanto, signor mio, riuscì con l'impostura, ingannando un popolo cieco, ma anche lui non per lungo tempo (riuscì a togliere il trono a Borìs Godunòv e perì tragicamente due anni dopo, n.d.r.) . »

"Il sosia", 1866, F.Dostoevskij (dalla raccolta "Racconti e romanzi brevi")

Eh, signor Goljadkin, eh Fëdor, se vedeste, ora!



Quant'è bella giovinezza?


Tutta quest'enfasi sulla gioventù... non mi va», osservò. «Senti, tu sai quanto possa essere tragico essere giovani, così non rifilarmi la storia che è meraviglioso. Tutti quei ragazzi che venivano da me con le loro contraddizioni, le loro lotte, il senso d'inadeguatezza, la convinzione che la vita fosse miserevole, tanto disastrosa da indurli al suicidio...»
[...]
Sì, convenni, ma se invecchiare è tanto appetibile, perché tutti dicono: «Oh, se fossi ancora giovane!» Non si sente mai nessuno che dica: «Mi piacerebbe avere sessantacinque anni».
Fece un sorriso. «Sai cosa rivela? Vite insoddisfatte. Vite inappagate. Vite che non hanno avuto senso. Se la tua vita ha un senso, non vuoi certo tornare indietro, ma proseguire, andare avanti. Vuoi vedere, fare altre cose. Sei ansioso di arrivare a sessantacinque anni.»"



I miei martedì col professore, Mitch Albom, pp. 122,123,124  Biblioteca Universale Rizzoli





mercoledì 27 marzo 2013

Il nonsenso della vita


"Vide [...] la folla lungo il percorso: i pugni alzati, le facce stravolte con le bocche spalancate a insultare e a maledire e a invocare una morte, la sua morte! Proseguendo verso porta S. Gaudenzio, s'accorse che per non sentire quelle grida bastava non ascoltarle. Guardava i volti e  i corpi degli uomini là fuori come avrebbe guardato dei pesci in una boccia di vetro; li vedeva lontani e anche strani, anzi si meravigliava di non avere mai fatto caso a quei dettagli che ora le sembravano così assurdi, di non essersi mai stupita in precedenza di quelle forme, considerandole - come tutti - inevitabili, e assolutamente sensate! Di averle sempre credute... normali! Quei cosiddetti nasi, quelle orecchie... Perchè eran fatte così? Quelle bocche aperte, con dentro quei pezzi di carne che si muovevano... che insensatezza! Che schifo! E quell'espressione incontenibile di odio, da parte di individui che fino a pochi giorni prima non sapevano nemmeno che lei esistesse e ora volevano il suo sangue, le sue viscere, reclamavano d'ammazzarla loro stessi, lì sul momento e con le loro mani... C'era forse un senso, una ragione in tutto questo? E se non c'era, perchè accadeva? Ecco, pensava: io sto qui, e non so perchè sto qui; loro gridano, e non sanno perchè gridano. Le sembrava di capire, finalmente!, qualcosa della vita: un'energia insensata, una mostruosa malattia che scuote il mondo e la sostanza stessa di cui sono fatte le cose [...].
Anche la tanto celebrata intelligenza dell'uomo non era altro che un vedere e non vedere, un raccontarsi vane storie più fragili d'un sogno: la giustizia, la legge, Dio, l'Inferno... 
«Maledetta strega! Devi crepare! A morte! Al rogo!»"

Sebastiano Vassalli - "La chimera", p.291-292 edizione Einaudi



venerdì 15 marzo 2013

Una strada a sé

« - Uhm! Io dico - interruppe il dottore - che voi avete bisogno di una radicale trasformazione di tutta la vostra vita e, in certo senso, di far violenza al vostro carattere. - Krest'jàn Ivànovic accentuò con forza la parola 'violenza' e si fermò per un momento con aria assai significativa. - Non rifuggire dal far vita allegra, frequentare gli spettacoli e il circolo e, in ogni caso, non esser nemico della bottiglia. Restare in casa non serve... voi non dovete assolutamente stare in casa. 

 - A me, Krest'jàn Ivànovic, piace la quiete - disse il signor Goljadkin dando uno sguardo significativo a Krest'jàn Ivànovic  e cercando evidentemente le parole per esprimere nel modo più felice il suo pensiero – in casa ci sono soltanto io, con Petruška… voglio dire, il mio servo, Krest'jàn Ivànovic. Voglio dire, Krest'jàn Ivànovic, che io faccio la mia strada, una strada a sé, Krest'jàn Ivànovic. Me ne sto per conto mio e, per quanto mi sembra, non dipendo da nessuno. […] Io, Krest'jàn Ivànovic, sono una persona pacifica, come già, mi pare, ho avuto l’onore di spiegarvi, la mia strada però se ne va per conto suo, Krest'jàn Ivànovic. Il cammino della vita è largo…  […] Scusatemi, Krest'jàn Ivànovic, io non sono un maestro di eloquenza.

-Uhm!... voi dite…

- Io dico che dovete scusarmi, Krest'jàn Ivànovic, se io, per quanto mi pare, non sono un maestro di eloquenza- disse il signor Goljadkin con un tono mezzo offeso perdendo il filo e confondendosi. – Da questo lato io, Krest'jàn Ivànovic, non sono come gli altri – soggiunse con un certo sorriso speciale . e non so parlar molto, non ho imparato ad abbellire il discorso. In compenso io, Krest'jàn Ivànovic, agisco; in compenso agisco, Krest'jàn Ivànovic!

- Uhm!... Come dunque… voi agite? […]

- […] Io, Krest'jàn Ivànovic, amo la tranquillità, e non il rumore mondano. Là da loro, dico, nel gran mondo, Krest'jàn Ivànovic, bisogna saper lustrare i pavimenti con gli stivali… - qui il signor Goljadkin strisciò un pochino il piede per terra – là esigono questo, ed esigono anche la freddura… bisogna saper mettere insieme un complimento profumato… ecco quello che là si esige. E io questo non l’ho imparato, Krest'jàn Ivànovic; tutte queste finezze non le ho imparate; non ne ho avuto il tempo. Io sono una persona semplice, senza complicazioni, e lustro esteriore in me non ce n’è. In queste cose, Krest'jàn Ivànovic, io poso le armi; io, parlando in questo senso, le depongo. – Tutto ciò il signor Goljadkin lo disse, s’intende, con una cert’aria che dava chiaramente a capire che al nostro eroe non rincresceva affatto di deporre, in questo senso, le armi e di non aver imparato le finezze, tutto all’opposto anzi. »

"Il sosia", 1866, F.Dostoevskij (dalla raccolta "Racconti e romanzi brevi")



sabato 23 febbraio 2013

Vivere nella propria testa


Come ho già fatto in precedenza, mi piace mettere a confronto i contenuti di due libri differenti di due rami ben distinti del sapere, che guardino però allo stesso tema: in questo modo si può guardare a esso da due punti di vista differenti.


"«E infine sono molti quelli che hanno trovato il lavoro giusto? E poi c'è lavoro e lavoro: il lavoro che richiede mezzi di sussistenza e capitali, il lavoro al quale non si è portati; ed allora si rinunzia ed ecco che il lavoro cade dalle mani. Allora nei caratteri avidi di fare ma deboli, femminei, delicati, a poco a poco nasce ciò che si chiama mečtàtel'stvo [fantasticheria, inclinazione a perdersi nei sogni] e l'uomo finisce per diventare non un uomo, ma un certo strano essere di genere neutro». «Sono un sognatore, ho così poco di vita reale» dice il protagonista de 'Le notti bianche' e, conseguentemente, l'ambiente reale nel quale si svolge la sua vita d'ogni giorno non appare nel racconto, l'atmosfera del quale è saturata dalle proiezioni fantastiche del protagonista."

M.B. Luporini, Introduzione ai "Racconti e romanzi brevi" di Dostoevskij




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"Fondamentali processi del sistema nervoso centrale possono aver luogo anche in assenza di uno stimolo sensoriale e senza dar luogo a una risposta misurabile. Ne sono esempio il sogno e il pensiero, funzioni cerebrali complesse che possono aver luogo interamente all'interno del sistema nervoso centrale."

D.U. Silverthorn, "Approccio integrato alla fisiologia umana"



sabato 2 febbraio 2013

Lo studente Pokrovsky

"Presto smisi di studiare con Pokrovsky. Mi giudicava una bambina, come prima, una bambina vivace alla stregua di Sascia, e ciò mi addolorava molto, perché mi adoperavo con tutte le forze per riparare alla condotta precedente; ma non mi notava, e la cosa m’irritava sempre più.
Non avevo mai parlato con Pokrovsky, tranne che alle lezioni, e neanche potevo parlargli: arrossivo, mi confondevo; poi,  in qualche angolo, piangevo per la stizza.
Non so come sarebbe finito tutto questo, se una strana circostanza non avesse aiutato il nostro riavvicinamento. Una volta, di sera, mentre la mamma si trovava con Anna Fjodorovna, entrai  adagio nella camera di Pokrovsky; sapevo che non era in casa, e invero non so come mi fosse venuto in mente d’entrare da lui. Sin allora non v’avevo neppure gettato uno sguardo, benché vivessimo accanto da ormai un anno; […]
Mi venne una strana idea, e nello stesso tempo un senso di stizza mi dominava: mi sembrava che la mia amicizia, il mio cuore affezionato fossero poca cosa per lui; era istruito, lui, e io ero una stupida e non sapevo niente, non avevo letto niente, nemmeno un libro… […]
Mi venne il desiderio , e subito decisi di leggere tutti i suoi libri, a uno a uno e al più presto possibile: non so, forse pensavo che, imparando tutto quello che sapeva lui, sarei stata più degna della sua amicizia. Mi lanciai sul primo palchetto; senza pensare, senza esitare afferrai il primo polveroso volume che mi capitò nelle mani, e arrossendo, impallidendo, tremando d’agitazione e di paura, mi portai via il libro rubato, avendo deciso di leggerlo di notte, al lume della lampada, mentre la mamma dormiva. Ma come fui delusa quando, rientrata in camera mia, mi accorsi, sfogliando affrettatamente il libro, che era una vecchia opera latina, semimarcita, tutta rosicchiata dalle tarme. Tornai indietro senza perder tempo, e stavo già per mettere il libro nello scaffale, quando sentii un rumore nel corridoio e i passi di qualcuno che si avvicinava. […]
Non avevo forza sufficiente per far entrare il libro nella fila; nondimeno spinsi i volumi quanto più forte mi fu possibile. Un chiodo arrugginito, sul quale si appoggiava il palchetto, e che, pare, attendesse proprio quel momento per  rompersi, cedette. Il palchetto volò giù da un lato; i libri si sparsero con rumore sul pavimento: la porta si aprì e Pokrovsky entrò nella camera. […]
Avrei voluto fuggire, ma era tardi […] Pokrovsky s’arrabbiò terribilmente. […] Cominciò a gridare. “Be’, non vi vergognate di far tante monellerie? Vi calmerete una buona volta?” e si slanciò a raccogliere i libri. Mi chinai per aiutarlo. “Non occorre, non occorre proprio,”  riprese a gridare . “Avreste fatto meglio a non mettere il naso dove non siete pregata di andare.” Ma, nondimeno, un po’ addolcito dai miei umili movimenti, continuò più piano, in tono meno staccato […] “Via, quando comincerete a mettere un po’ di giudizio? Quando vi ravvederete? Guardatevi un po’, ormai non siete più una bambina, una bimbetta: ormai avete quindici anni” e qui, certo desiderando constatare con esattezza che, ormai,  non ero più una piccina, mi guardò e arrossì sino alle orecchie. Io non capivo, stavo davanti a lui e lo guardavo con gli occhi spalancati dallo sbalordimento. Si alzò, mi si avvicinò con aspetto turbato, si confuse terribilmente, disse qualcosa, forse si scusava di qualcosa, forse di accorgersi soltanto in quel momento che ero una giovinetta fatta; infine compresi. Non ricordo che cosa mi accadde allora, mi confusi, mi persi d’animo, arrossii ancor più di Pokrovsky, mi coprii il viso con le mani e scappai dalla stanza."

("Povera gente", Fëdor Dostoevskij, ed. Biblioteca Universale Rizzoli, pp.76-78 )




venerdì 2 novembre 2012

Pavlovič il disgustoso

«"Giudicate voi stesso: Fedosej Petrovič ha otto ragazze e soltanto un maschio di pochi anni. Se muore oggi, rimane soltanto una misera pensioncina. E quelle otto ragazze, no, giudicate voi, giudicate: anche solo comprare le scarpe ad ognuna di loro, che somma ne viene fuori! Delle otto ragazze, cinque sono già da marito, la maggiore ha ventiquattro anni (una ragazza incantevole, come vedrete voi stesso!) e la sesta ne ha quindici, va ancora al ginnasio. Così per le cinque maggiori bisogna trovare un partito, il che, possibilmente, va fatto al più presto, quindi il padre le deve portare in società... quanto costa tutto ciò, lo domando a voi? E all'improvviso mi faccio avanti io, sono il primo candidato in casa loro, mi conoscono con cognizione di causa, cioè nel senso che ho effettivamente una sostanza. Ed ecco tutto."
Pavel Pavlovič aveva parlato con trasporto.
- Avete chiesto la mano della maggiore?
- N-no, ...non della maggiore; ho chiesto la mano della sesta, di quella che ancora studia al ginnasio.
- Come? - sorrise involontariamente Vel'čaninov, - ma se avete detto che ha quindici anni!
[...]
La sensazione disgustosa e ostile era tornata in lui dopo il momentaneo divertimento provato nel sentire le chiacchiere di Pavel Pavlovič sulla fidanzata.»

("L'eterno marito", Fëdor Dostoevskij, ed. L'Unità - Einaudi, pp.102-103)

venerdì 19 ottobre 2012

Il vagabondo delle stelle


Questa è una mia vecchia recensione del marzo '08, su di un libro che mi fu prestato, mi colpì molto e che io stessa avrei voglia di rileggere. È stata scritta subito dopo la lettura del libro, ma l'ho modificata con alcune considerazioni recenti.

Avevo appena finito di leggere "Il vagabondo delle stelle" di Jack London. Libro singolare, lo capii non appena cominciai a leggerlo.
Il detenuto Darrel Standing, ex professore di agraria, ci racconta di come è finito in carcere e come, con la sua fermezza di spirito, si sia attirato le antipatie del direttore del carcere e poi come sia finito in cella di isolamento a causa della studiata viltà di un altro detenuto. Qui la situazione sprofonderà e dovrà più volte subire la camicia di forza. Ma riesce a sopravvivere alle atroci sofferenze che questa comporta, e perfino in quest’ambiente disumano i valori umani esistono ancora, anzi, ben più forti che di solito (amicizia con Ed Morrel e Jack Oppenheimer). Nella camicia di forza impara ad attuare la "piccola morte", ovvero una morte indotta e temporanea che gli permette di viaggiare nel ricordo delle sue vite precedenti (il che ricorda molto le religioni orientali). Quindi a una lunga carrellata di narrazione delle vicende in queste precedenti vite si alternano brevi capitoli sulla situazione attuale nel carcere di San Quentin: i viaggi spirituali gli permettono di affrontare col sorriso sulle labbra questa situazione atroce, risultando ben più forte dei suoi aguzzini.
In ogni storia di vita precedente si toccano tanti tasti e si sottolineano tanti aspetti del comportamento umano, ripercorrendo un percorso storico che va dalle popolazioni nomadi alle civiltà orientali, dalle migrazioni americane alla Francia settecentesca. Tutto ciò conferisce al lettore un senso di eternità, eternità che Darrel (lui per tutti gli altri "io" in lui precedentemente esistiti) attribuisce alla donna, da lui lodata come senso dell'intera esistenza dell'uomo e come colei che racchiude il mistero della nuova vita. L'uomo deve la sua eternità fisica alla donna, insieme compagni di una vita terrena, e la sua eternità spirituale allo 'spirito' stesso, che l'uomo non può ammazzare.
Metto 'spirito' fra virgolette perché, a distanza di anni dalla lettura di questo libro, mi domando se questo 'spirito eterno' non sia ascrivibile alla nostra eredità e memoria genetica (rifacendomi all'idea proposta da Anne Ancelin Schützenberger nel libro "La sindrome degli antenati", di prossima lettura).
Davvero forte lo spirito di Darrel, personaggio unico più che singolare, essere pensante e spirituale oltre che meat puppet (marionetta di carne),  che ci fa capire quanto sia potente la mente umana. 
Libro che scaturisce spunti per un’infinità di riflessioni e che si rivela affatto banale, nonostante il difficile ed elevato argomento trattato (ma Jack London è una garanzia) che potrebbe suggerire un eventuale scadimento in ciò.
Assolutamente da leggere.


martedì 16 ottobre 2012

L'abitudine di dire cose che non sono vere


Prima di procedere con il brano ci tengo a specificare, per chi non avesse letto I viaggi di Gulliver (ed è infatti a costoro che la citazione è dedicata, poichè è intesa come un assaggio che intende invogliare alla lettura), che con yahoo si intende la popolazione umana e con houyhnhnm s'intende una popolazione di cavalli vivente su una delle isole nominate nel libro, che il protagonista si trova a visitare.

"Gli feci dunque una breve relazione dei miei viaggi, dell'ammutinamento che mi aveva costretto a scendere in una terra sconosciuta e del periodo passato in quel luogo. Ma tutto questo gli sembrò un sogno, una visione e non un racconto, ed io me la presi a male; infatti avevo ormai perso l'abitudine di dire bugie, tipica dei paesi governati dagli yahoo, i quali sospettano sempre che quanto dicono gli altri non sia vero affatto. Allora gli chiesi se nel suo paese c'era l'abitudine di dire cose che non sono vere. Poi gli assicurai che avevo ormai dimenticato cosa volesse dire falsità e che se fossi vissuto mille anni fra gli houyhnhnm non avrei sentito una bugia che è una bugia, sulle labbra del più umile dei servitori. Gli dissi ancora che non mi importava affatto se lui mi credeva o meno e che comunque, in cambio della sua cortesia, avrei avuto indulgenza della sua natura di creatura corrotta e avrei risposto a tutte le sue obiezioni, finchè avesse scoperto la verità. Il capitano era una persona saggia e più volte cercò in tutti i modi di cogliermi in contraddizione durante il racconto, ma alla fine cominciò a farsi un'opinione migliore della mia sincerità; tuttavia mi disse che, visto il mio attaccamento tenace alla verità, dovevo dargli la mia parola d'onore che durante il viaggio non avrei fatto sciocchezze; altrimenti era costretto a tenermi prigioniero fino a Lisbona. Glielo promisi, anche se gli dichiarai nel contempo che avrei preferito affrontare una vita di stenti, piuttosto che tornare a vivere fra gli yahoo." 


("I viaggi di Gulliver", Jonathan Swift, ed. Garzanti, p.273-274)


L'eterno amante

"Dopo cinque anni conservava ancora sempre la medesima convinzione. Ma dopo cinque anni lo confessava già a sè stesso con sdegno, e a «quella donna» ripensava perfino con odio. Si vergognava dell'anno trascorso a T.; non riusciva a capire neppure la possibilità d'una simile «sciocca» passione in lui, Vel'čaninov! Tutti i ricordi di quella passione si trasformavano per lui in obbrobrio; ne arrossiva fino alle lacrime e si tormentava di rimorsi. A dire il vero, trascorso qualche anno era già riuscito a calmarsi un poco; si era sforzato di dimenticare tutto questo e c'era quasi riuscito. E ora, a un tratto, dopo nove anni, tutto di nuovo tornava a destarsi dinanzi a lui, in modo così fulmineo e così strano, dopo la notizia della morte di Natalia Vasil'evna."

("L'eterno marito", Fëdor Dostoevskij, ed. L'Unità - Einaudi, p.36)


giovedì 16 agosto 2012

Problemi di capelli

Due curiose osservazioni sui capelli incontrate durante le mie letture, a opera di due autori completamente diversi fra loro per ambito culturale e anche per il periodo storico in cui hanno vissuto/vivono. Vediamo cosa dicono.

«"Non è forse la natura stessa a insegnarci che se un uomo porta i capelli lunghi, ciò è disonorevole per lui? Ma se una donna porta i capelli lunghi, ciò è una gloria per lei: infatti le sono stati dati i capelli per coprirsi. Tranne che per i ribelli, noi uomini non seguiamo tale costume [...]" (S.Paolo)
Che c'è di vergognoso nell'avere il capo rasato? [...]
Se S. Paolo avesse detto esplicitamente che gli piacevano i lunghi capelli delle donne, molte di noi gli avrebbero dato ragione e l'avrebbero stimato di più per averlo ammesso. [...]
L'argomentazione basata sulla natura a noi sembra che lasci un po' a desiderare. [...] E' evidente infatti che vi sono mescolati pregiudizi sessuali e personali. S. Paolo non era soltanto uno scapolo, [...] apparteneva al tipo d'uomo virile o dominante, così diffuso oggi* in Germania, per la cui gratificazione è indispensabile avere a disposizione una razza o un sesso sottomessi.»
(Da una nota dell'autrice stessa a "Le tre ghinee", Virginia Woolf, 1938, Universale Economica Feltrinelli)

*La Woolf scrive al tempo della diffusione del nazismo




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"Per quanto riguarda il nostro corpo, pur avendo una superficie quasi del tutto nuda, nella regione della testa presentiamo una crescita di capelli lunghi e rigogliosi, adatti alla pulizia. Infatti noi vi dedichiamo molta cura, molto più di quello che richiederebbe l'igiene, per mezzo di pulitori specializzati, cioè barbieri e parrucchieri. Non è chiaro perché il fatto di pettinarsi reciprocamente non sia diventato parte delle nostre normali riunioni sociali domestiche. Per esempio, perché abbiamo sviluppato il discorso di pulizia* come sostituto particolare della tipica pulizia amichevole dei primati, mentre avremmo potuto tanto facilmente concentrare nella zona del capo i nostri tentativi originari di pulizia? Sembra che la soluzione stia nel significato sessuale dei capelli. L'acconciatura del capo, nella sua forma attuale, presenta differenze notevolissime tra i due sessi per cui rappresenta un carattere sessuale secondario.
La sua associazione con i caratteri sessuali l'ha portata a far parte delle manifestazioni del comportamento sessuale, cosicchè oggi il gesto di  carezzare o di palpare i capelli è troppo carico di significato erotico perchè sia consentito come semplice gesto sociale di amicizia. Poichè in conseguenza esso è stato eliminato dalle riunioni comuni fra conoscenti, bisogna trovare un altro sfogo per questo impulso. Il bisogno di pulire può trovare uno sfogo nel pulire un sofà o un gatto, mentre la necessità di essere puliti richiede un ambiente particolare. Il salone da parrucchiere costituisce la risposta perfetta. Qui il cliente può soddisfare fino in fondo il suo bisogno di essere pulito, senza pericolo che qualche motivo sessuale affiori durante il procedimento. Ponendo i pulitori professionisti in una categoria a parte, completamente staccata dal gruppo tribale dei conoscenti, si elimina qualunque pericolo."
(p.223, 224, Desmond Morris, "La scimmia nuda (Studio zoologico sull'animale uomo)",1967, Tascabili Bompiani)

*Morris definisce 'discorso di  pulizia (o di contatto)' le "chiacchiere gentili e prive di significato degli incontri sociali, [...] la cui funzione consiste nell'avvalorare il sorriso di saluto e mantenere la solidarietà sociale", come sostituto della "pulizia sociale" effettuata dagli altri primati (come ad esempio le scimmie), ovvero lo 'spulciarsi' a vicenda.





lunedì 28 maggio 2012

Principe Myskin colpisce ancora: ultime battute

Ripubblico un brano proveniente dalle ultime vicende de "L'idiota" di F. Dostoevskij che ho accidentalmente cancellato.

"Tutti tornavano in salotto dove, però, c'era un'altra sorpresa che li attendeva.
Aglaja, non solo non stava ridendo ma parlava al principe con una certa timidezza.
<<Perdonatemi. Perdonate una ragazza sciocca, cattiva e viziata (gli teneva la mano mentre glielo diceva), e state pur tranquillo che tutti noi vi stimiamo immensamente. Se io ho osato approfittare della vostra... ingenuità, siate buono e perdonatemi di aver insistito tanto sopra una sciocchezza che, alla fine, non potrà avere la minima conseguenza>>, concluse Aglaja, sottolineando le ultime parole.
Tutti furono colpiti dalla frase "una sciocchezza che, alla fine, non potrà avere la minima conseguenza" ma, in particolare, il padre, la madre e le sorelle furono colpiti dalla serietà che aveva Aglaja mentre la pronunciava. Tutti s'interrogavano con lo sguardo; il principe non aveva fatto caso a quelle parole e sembrava al colmo della felicità.
<<Perchè parlate così>>, balbettò, <<perchè dovreste cheidermi perdono?>>.
Il principe avrebbe anche voluto aggiungere che lui non meritava che gli si chiedesse perdono. Era difficile dire se avesse capito che Aglaja stava parlando di "una sciocchezza" perchè, strano com'era, forse aveva capito benissimo e si rallegrava proprio per questo. Per lui, il solo fatto di poter fare visita ad Aglaja, intrattenersi con lei, passeggiare insieme, rappresentava il massimo della felicità... e chissà! Magari si sarebbe accontentato solo di questo per tutta la vita!"  (pp.400-401)