giovedì 5 aprile 2012

Sommario, indice, menù

Dopo aver deciso di creare un sommario per riordinare e rendere più fruibili i contenuti, ho anche deciso di rendere il blog una raccolta delle mie letture, come spunto per chi volesse consigli e per esprimere tramite la citazione di brani il mio gradimento per esse. Spero sia utile a voi che passando leggete, così come per me è un modo di esprimermi.

Arte:

Letteratura: 



domenica 20 novembre 2011

Riva del mare nella luce della luna

Come dicevo in un altro post (Il viandante sul mare di nebbia), ho scritto quest'analisi ai tempi del liceo. Ricordavo male, però: non era l'analisi a esser lunga quattro pagine, bensì l'intero lavoro, comprendente anche un'introduzione sul Romanticismo e sull'opera di Friedrich pittore. Essendomi già abbondantemente soffermata sui temi della sua pittura ometterò questa parte, riportando esclusivamente un preambolo al periodo culturale in cui il Nostro era in attività (e l'analisi stessa).

Il Romanticismo fu un movimento che investì letteratura, arte, filosofia, musica, più in generale, il modo di pensare e la cultura a cavallo fra la fine del '700 e l'inizio dell'800; non ha nè collocazione ben definita nel tempo, nè caratteristiche che lo delimitino rigidamente, assume invece caratteristiche differenti a seconda della nazione che lo accoglie, a caratterizzarne il nazionalismo. Convive col Neoclassicismo, ed entrambi sono l'espressione della ricerca di un rifugio sicuro nel passato. Il Neoclassicismo però puntava sulla razionalità e l'equilibrio, rifugiandosi nella classicità, mentre il Romanticismo, al suo opposto, esaltava il sentimento, la natura, il misticismo, l'inseguimento delle passioni - quindi una mancanza di equilibrio - rifugiandosi in un passato più prossimo, quello del Medioevo, e rigettando la razionalità illuministica e la regola, percepite come una forzatura.
La fase, per dir così, 'fetale' del Romanticismo è stato il movimento tedesco dello Sturm und drang (tempesta ed impeto), dalla Germania fu poi portato in tutta Europa grazie ad August Schlegel e Madame De Stael. Nato dapprima come momento d'incontro fra amici, assumerà poi carattere formale attraverso l'elaborazione teorica delle sue caratteristiche (ovvero la "Preface to lyrical ballads" di W. Wordsworth) e la fondazione della rivista Athenaum. Attorno a questo fulcro ruoteranno personaggi importanti come i filosofi Fichte ed Hegel (i padri dell'Idealismo), il pittore Friedrich (del quale ci accingeremo a raccontare) e lo scrittore Goethe (che scriverà "I dolori del giovane Werther" proprio nell'anno in cui nasce Friedrich, e che successivamente conoscerà il pittore di persona).
Caspar David Friedrich nasce il 5 settembre del 1774 a Greifswald, un cittadina vicino al mare, le cui immagini resteranno per sempre nel bagaglio figurativo del pittore e che spesso troveremo nei suoi quadri, con l'orizzonte come simbolo di quella tensione verso l'altrove, verso l'infinito (streben, sehnsucht).
Il quadro che prendo in considerazione è uno dei più tetri, corrispondente all'ultimo periodo della sua vita, e sembra rappresentare i meandri dell'anima dell'artista: si tratta di Riva del mare nella luce della luna (1835-'36). I colori del quadro sono tendenzialmente scuri, freddi (prevalentemente nero e blu) e l'opera è di notevoli dimensioni (130x170 cm). L'impatto che si ottiene da questa visione conferisce un senso di malinconia. Possiamo sicuramente dire che sia profondamente suggestivo se consideriamo autobiograficamente il quadro: infatti in questo periodo "la sua malinconia sta virando in depressione, la riservatezza in misantropia" (Eva Di Stefano).
Questo quadro è collocato alla fine del fascicolo sul pittore curato da Eva Di Stefano, ed ha costituito il 'colpo di grazia' al mio gradimento dopo la successione dei suggestivi quadri - si può quindi dire che l'intento di Friedrich di colpire "altri esseri dall'esterno verso l'interno" (cit. Friedrich stesso) sia riuscito. "Riva del mare nella luce della luna" sul fascicolo occupa quasi due pagine (ne riporto qui la scansione, sulla quale si può purtroppo notare la riga verticale di rilegatura) ed è costituito da una netta divisione fra spiaggia e mare neri - quest'ultimo con qualche sfumatura di verde - e cielo blu cobalto-grigio, attraverso una sottile linea bianca, netta al centro e sfumata alle estremità, che rappresenta il riflesso della luce lunare sulla superficie acquea.
Partendo dal basso, scorgiamo a malapena - con quel po' di luce che la luna, nascosta fra le nuvole lì alla sommità centrale del quadro, ci permette di vedere - una spiaggia scogliosa e irregolare, con alcune rocce che si protendono centralmente, sparpagliate, all'interno del mare che in questo punto è verde-bianco. Si scorgono anche un paio di barche ormeggiate sulla sinistra, e altre due in mare (delle quali si notano le vele), entrambe quasi alla stessa distanza alla riva, una a destra e una a sinistra del bacino verde del mare, a chiuderlo, continuando verticalmente le appendici laterali scure della spiaggia che si estende invece in orizzontale. In lontananza a destra si scorge una terza vela, al di là del banco roccioso, collocata come due sottili tratti grigi nella linea bianca sfumata dell'orizzonte. La zona rocciosa più prossima allo spettatore è costituita da zone di un nero più denso e meno denso, che difficilmente costituiscono forme intelligibili (appaiono infatti vagamente come scogli più alti e meno alti, non di più ci è dato scorgere) e che a una prima disattenta occhiata possono sembrare una massa nera omogenea.
La prima diagonale del quadro va da sinistra a destra partendo dal basso (all'anfratto verdognolo in cui sono collocate le due barchette, verso la terza  vela in lontananza) mentre la seconda va sempre da sinistra a destra, ma partendo all'alto questa volta (la riconosciamo se seguiamo l'andamento delle creste inferiori delle nuvole). Questo fa sì che si venga a creare sulla sinistra del quadro uno slargamento (da me interpretato come punto di partenza) e sulla destra un restringimento (punto di arrivo) che insistono sulla linea dell'orizzonte. Il cielo è gonfio di nuvole, il cui grigiore si  infittisce sulla destra, rispettando quella simmetria che abbiamo appena evidenziato. In direzione della luna (la piccola semicirconferenza bianca che si scorge in alto al margine del quadro) c'è un lieve chiarore violetto-azzurro e, sotto la coltre nuvolosa, nella zona che divide orizzonte del mare e orizzonte delle nuvole, il cielo è di un blu limpido.
Come ho interpretato questo dipinto? Stando la vita di Friedrich per volgere al termine, mi sembra ch'egli abbia voluto rappresentare le due barchette ormeggiate come simbolo dei traghetti delle anime che lasceranno la vita terrena (costituita dagli scogli neri e ormai indistinguibili) per raggiungere finalmente quell'infinito (costituito dal mare aperto e dall'orizzonte) impossibile da raggiungere in vita: è questo l'atteggiamento tipico del Romanticismo, che vedeva nella morte il ricongiungimento con l'infinito. La vela in lontananza sta appunto ad indicare il tragitto da seguire, verso l'orizzonte. Il fatto che l'orizzonte sia illuminato sottolinea che è questa la via che ora il pittore deve seguire, l'ultima rotta cui è destinato. Le due vele-'colonne d'Ercole' da superare per raggiungere l'infinito costituiscono esse stesse i mezzi con cui inoltrarvisi, quindi sono al tempo stesso limite e mezzo fra l'io-soggetto e il mondo-oggetto, segno che quella che prima sembrava una barriera insormontabile (la differenza fra individuo e universo) sta diventando adesso raggiungibile col sopraggiungere della morte, momento in cui l'individuo si rifà universo. La luna, da sempre presente in Friedrich e in tutto il suggestivo immaginario romantico, illumina l'ultimo tratto del percorso della vita dell'artista, apparendo ormai offuscata in segno di cordoglio.
Riprendendo ancora le parole di Eva Di Stefano:
"Se il Romanticismo consiste, secondo la definizione che ne dà il poeta Novalis nel 1798, nel dare a ciò che è familiare un aspetto enigmatico, al noto il prestigio dell'ignoto, al finito l'aparenza dell'infinito, la pittura di Caspar David Friedrich è il suo sigillo". E così un suggestivo e malinconico paesaggio marittimo può diventare la metafora degli ultimi giorni della vita di un Genio che si conclude.

R. V., marzo 2008

lunedì 17 gennaio 2011

La dichiarazione dell'idiota

" [...] Non c'è niente che possa dirsi veramente mio, che si riprenda tutto Afanasij Ivànovic, allora: me ne andrò di qui e gli lascerò tutto, fino all'ultimo cencio...  poi vedremo chi è che mi vorrà... domandatelo a Ganja se mi sposerebbe ancora! Nemmeno Ferdyscenko mi sposerebbe a queste condizioni..." disse Nastas'ja Filippovna.
"Ferdyscenko forse non vi sposerebbe... io sono sincero", interruppe Ferdyscenko, "ma il principe, invece, lui sì che vi sposerebbe. Vi siete lamentata così tanto da dimenticarvi di lui. Ma io, il nostro principe, è un bel pezzo che lo sto osservando".
Nastas'ja, incuriosita, si voltò verso il principe.
"Davvero?" domandò.
"Davvero", balbettò il principe.
"Mi sposereste così come sono, senza nulla di nulla?"
"Vi sposerei".
"Eccone un'altra!, borbottò il generale. "Bisognava aspettarsela". Il principe con uno sguardo triste, serio e penetrante fissò Nastas'ja. "Ho trovato un altro benefattore!", disse questa, parlando a  Dar'ja Alekseevna. "Ma lui parla con il cuore, sai! Io lo conosco. E forse è vero quello che gli altri dicono di lui, dicono che sia un po' ... Ma di che cosa camperesti se sei talmente innamorato da arrivare a sposarti l'amante di Rogozin?"
"Io sposerò una donna onesta, non l'amante di Rogozin".
"E la donna onesta sarei proprio io?"
"Voi, proprio voi".
"Ma cose come queste si leggono solo nei romanzi. Sono vecchie fantasie, mio caro principe. Oggi il mondo ha aperto gli occhi e non crede più a simili bugie. E poi, cosa vi salta in mente di prendere una moglie quando voi per primo avreste bisogno di qualcuno che vi tenga a balia?".
Il principe si alzò e, con voce bassa e tremante, ma con la serietà di un uomo convinto, disse: "Io non so nulla, Nastas'ja Filippovna, e non conosco il mondo, avete ragione... Però sono sicuro che sposandomi sareste voi a fare onore a me e non io a fare onore a voi. Io non conto nulla, ma voi avete sofferto tanto e siete uscita a testa alta dall'inferno: e questo vuol dire molto. Di che cosa dovreste vergognarvi? E perchè vorreste perdervi con Rogozin? E' la febbre che vi fa parlare così. Voi avete respinto i settantacinquemila rubli del signor Tockij; e avete dichiarato che siete pronta a lasciare questa casa e tutto quello che contiene, fino all'ultimo straccio. Non c'è donna al mondo che farebbe una cosa del genere. E io, Nastas'ja Filippovna, io... sì, io vi amo. Io morirò per voi. Io non permetterò a nessuno di dire una sola parola sul vostro conto. Se saremo poveri, io lavorerò...".
(pp. 144-145)

mercoledì 12 gennaio 2011

"Mi credono idiota, ma io sono intelligente, e loro non lo sospettano nemmeno"

Questo romanzo è il più radicale manifesto sovversivo che la letteratura moderna abbia prodotto. (Mauro Martini), p.9

"E' una scienza, quella delle chiacchiere, che ha le sue seduzioni. Io ho conosciuto politici, letterati e poeti che proprio grazie a questa sono riusciti a fare carriera." p.23
"Erano intanto cresciute le tre figlie del generale, Aleksandra, Adelaida, Aglaja. Sebbene portassero il cognome paterno, appartenevano, grazie alla madre, a una stirpe principesca. Avevano una dote considerevole e un padre importante. Inoltre, erano molto belle, il che non guasta, e questo valeva anche per Aleksandra, la primogenita, che aveva già toccato il quinto lustro. La sorella di mezzo contava ventitrè anni, e l'ultima, Aglaja, aveva da poco compiuto i venti e, in società, era già molto notata per la sua singolare avvenenza. E non basta: tutte e tre le ragazze si distinguevano per educazione, ingengo e cultura. Si volevano un gran bene e si sostenevano a vicenda. Si raccontava perfino di sacrifici fatti dalle sue sorelle maggiori a favore dell'ultima, che era l'idolo della casa. In società, le ragazze non ci tenevano a primeggiare, anzi, erano eccessivamente modeste. Nessuno avrebbe potuto accusarle di superbia, pur sapendole coscienti dei propri meriti. Aleksandra ea musicista; Adelaida dipingeva benissimo; ma per molti anni nessuno ne seppe mai nulla e, alla fine, la cosa divenne nota per puro caso. In una parola, delle figlie del generale non si diceva che bene. Non mancavano però i malevoli. Si bisbigliava con terrore dei molti libri che avevano letto. Non mostravano fretta di maritarsi. Stimavano la così detta alta società, ma non moltissimo, il che era più che mai notevole, essendo di pubblico dominio il carattere, le mire e i desideri dei loro genitori." p.30-31
"Quanto più semplice e alla buona era il discorso del principe, tanto più suonava strano" p.32
"Non uccidere, è detto nei comandamenti. E perchè, dunque, per punire un uomo di avere ucciso, lo uccidono? No, no, è un'infamia. [...] Uccidere chi ha ucciso è, secondo me, un castigo non proporzionato al delitto. L'assassinio legale è assai più spaventoso di quello perpetrato da un brigante." p.34-35
"La sua vita avrebbe rovinato anche le attitudini più brillanti, era una volontaria voluttà di sconforto e di noia, un morboso romanticismo indegno di una donna bella e intelligente come lei." (a proposito di Nastas'ja Filippovna) p.52
"Se siete un così buon fisionomista da conoscere la gente al primo sguardo, è sicuro che siete stato innamorato."  p.67
"Bella non lo era mai stata: solo gli occhi dolcissimi ispiravano bontà e innocenza. Era terribilmente taciturna." (a proposito di Marie) p.69
"Forse anche qui mi considerano un ragazzino, e sia. C'è anche chi mi crede un idiota, non ho mai scoperto perchè." p.75
"Il principe,entrando, era molto turbato e faceva il possibile per trovare il coraggio necessario. <<Il peggio che mi può capitare>>, pensava, <<è che non mi ricevano e pensino male di me; oppure che mi ricevano e mi ridano in faccia. E sia, non importa!>>" p.122
"Bisogna notare che tutti, , compreso Lebedev, avevano una scarsa cognizione dei limiti del proprio potere, nè potevano davvero comportarsi come a loro pareva e piaceva. Lebedev, a momenti, avrebbe giurato di sì; ma poi sentiva anche la necessità di ricordare a se stesso alcuni piccoli articoli del codice penale" p . 141


venerdì 31 dicembre 2010

Hennè: come tingersi i capelli naturalmente con la Lawsonia inermis

I miei capelli si stanno hennando, al momento... D’inverno non è molto pratico, visto che il composto si raffredda e devi scaldarti la testa col phon ogni quarto d’ora, e dopo devi spataccarla dall’ammasso, però se proprio ci si vuole tingere i capelli, almeno lo si fa curandoli e senza danneggiarli!

Ecco qui due link dove se ne parla in maniera esauriente, però l’uno contiene elementi contraddittori con l’altro O_o
Sai cosa ti spalmi? Forum
Al femminile Forum

Mi piacerebbe approfondire sull’argomento, con i miei studi,  per capire qual'è in realtà il modo migliore e più efficace per prepararlo e tenerlo in posa (qui entra in  ballo la chimica -_-"), ma per adesso non ne ho le competenze sufficienti (devo darmi una mossa con quella dannata chimica...!).

In breve: è una polverina verde derivata da una pianta (la Lawsonia inermis) che si acquista a peso in erboristeria, ha un odore di tè e va miscelata con aceto o altre sostanze acide, divenendo cremosa; va quindi spalmata sui capelli ciocca a ciocca utilizzando guanti e mantellina, poi la testa ‘spalmata’ va impacchettata con una busta in modo da non seminare briciole verdastre in giro e tenuto in testa per un paio d’ore o più. Infine va risciacquato prima in una bacinella (si riempirà di fanghiglia) e, dopo, normalmente nel lavello utilizzando parecchio balsamo.

Al contrario delle tinture in commercio, non danneggia i capelli, bensì li cura. Motivo che mi basta e m’avanza per preferirlo alle tinte (che, credo, non farò mai).

martedì 2 novembre 2010

Il viandante sul mare di nebbia

Frequentavo l'ultimo anno di liceo quando ho acquistato, assieme ad altri, un fascicolo su Friedrich, che però risulta essere fra tutti il più consultato, al punto che perde le pagine.
Ho scartato la strada artistica, ho fallito nella strada letteraria, e sono finita nel percorso di studio che più mi avvicina al mio interesse per la natura e la vita: le scienze biologiche. Ma una vena che rifiuta la razionalità e la logica degli aspetti scientifici è sempre lì da qualche parte e oggi, chissà come e chissà da dove - forse per il clima novembrino e per l'aumentare delle ore di buio - mi ha fatto ripensare a quel fascicolo e all'atmosfera dei paesaggi nordici in esso rappresentati e descritti.
"Gli occhi ingenui e severi profondamente cerchiati, [...] solitario per inettitudine al compromesso sociale e per vocazione." Così Eva Di Stefano, l'autrice del fascicolo, descrive l'uomo Caspar David Friedrich: una descrizione che inevitabilmente ha avuto un certo ascendente su di me. Gli elementi ricorrenti nella sua pittura sono rovine, tombe, orizzonti, chiari di luna, tramonti con figure (generalmente centrali al quadro) che vi si stagliano in controluce, croci su alture o nella neve, cattedrali immerse nella nebbia affiancate da abeti che ne richiamano la tensione verso il cielo "nell'analogia tra guglie di pietra e cime verdi" (scrive la Di Stefano), rocce, riserve naturali, alberi dai tronchi e dai rami contorti, velieri che simboleggiano l'anelito verso l'Altrove... tutti temi che hanno caratterizzato la pittura del Romanticismo tedesco.
Tempio di Giunone ad Agrigento (1830)


C'è finanche un paesaggio italiano, l'unico nella sua produzione, il Tempio di Giunone ad Agrigento (1830), in realtà mai veduto da Friedrich in persona ma ricostruito, immaginandolo e facendolo proprio, visualizzando un'incisione di F.Hegi.
Sempre dall'opuscolo della Di Stefano apprendo che, nei suoi primi studi artistici all'Accademia di Copenaghen, Friedrich fu influenzato nel suo universo figurativo da Albigaard, cultore di saghe nordiche. Ma se i suoi paesaggi hanno quella carica emotiva che a tratti piomba  nell'angoscia è dovuto anche al nòcciolo della sua personalità: Von Schubert, suo amico, racconta delle tendenze suicide che Friedrich dimostra "ogni qualvolta torna in visita a Greifswald, arrampicandosi sulle creste aguzze tra la furia degli elementi e lasciandosi bagnare dalla pioggia e dalla schiuma dei marosi come qualcuno che volesse volontariamente cercare la sua tomba nei flutti". Del resto lo stesso Friedrich, quando interrogato sul perchè della frequenza del tema della morte, della caducità e del sepolcro nei suoi dipinti, ha affermato: "Per vivere eternamente, spesso ci si deve arrendere alla morte", dichiarazione dell'immortalità attraverso l'arte per antonomasia, e citazione degna della più svilente diffondibilità (più semplicemente, intendo dire: tipica frase che si può trovare come descrizione nel profilo su Facebook di qualcuno... come accade a molte frasi di Jim Morrison, insomma).
Tra i miei preferiti dell'opera 'Friedrichana', oltre al notissimo Viandante sul mare di nebbia (1818) - emblema del Romanticismo su tutti i libri di letteratura e storia dell'arte - a cui associo simbolicamente il pittore stesso nel suo rapporto con la vita, e Uomo e donna che contemplano la luna (1824), azzeccatissima scelta per la copertina dell'edizione Universale Economica Feltinelli de "I dolori del giovane Werther", degni di nota anche:
innanzitutto, il minimale Monaco in riva al  mare (1808-1809) e l'inquietante Mare di ghiaccio (1824), che un po' si discostano dalle linee tipiche della pittura di Friedrich e caratteristici proprio per questo;
a seguire, secondo gusti del tutto personali e al di là di ogni valutazione artistica competente (ho prediletto alcuni dei meno conosciuti a scapito di altri più facilmente ritrovabili "in giro"):
Campagna al mattino (1822), che definirei un quadro fiero, con un grande albero nodoso ed asimmetrico al centro, sotto di esso minuscole pecore a sottolinearne la maestosità, nell'erba verde alcune tonalità più calde in contrasto col freddo azzurro delle montagne in lontananza;
La grande riserva (1835) , con "l'impressionante nitidezza visiva dell'acquitrino in primo piano [...] e il riflesso del cielo sull'acqua, luminoso come una promessa" (Eva Di Stefano), un paesaggio a cui ho pensato ascoltando Impressioni di Settembre (PFM) , ed evidentemente non sono l'unica a cui viene spontanea questa associazione, a giudicare dalle atmosfere del video dei Marlene Kuntz ;
Lo chasseur nel bosco (1814), per quel senso di perdizione di fronte all'immensità ed intricatezza della Natura;
Riva del mare nella luce della luna (1835-1836), dulcis in fundo, collocato non a caso alla fine del fascicolo - di cui allego una scansione direttamente dal suddetto (peccato per la riga di rilegatura) - poichè rappresenta il tramonto dell'uomo e del pittore Friedrich, che nel giugno del '35 afferma di non aver più speranza di rimettersi dalla  paralisi.
Riva del mare nella luce della luna (1835-1836) [clicca sul titolo per ingrandire]
Tanto mi ha colpito questo dipinto - che sul fascicolo si estende in larghezza lungo le due pagine conclusive - che gli ho dedicato quattro pagine di analisi (che non vi ripropongo in questa sede, dove già son stata prolissa*), analisi condita di impressioni personali che ai tempi del liceo ho sottoposto al parere dell'allora mia professoressa non di Storia dell'Arte, bensì di Italiano, la quale dimostrava ben più interesse per la materia rispetto alla docente che ne deteneva la cattedra (se volete, datemi della lecchina, ma a quest'ora non avrei dedicato un intervento a Friedrich se fossi stata mossa esclusivamente dal desiderio di farmi notare dalla prof). A quell'altra rivolgo i miei più sentiti ringraziamenti per non avermi insegnato un emerito della Storia dell'Arte!
Concludo con un link a un altro blog che parla di Friedrich, approfondendo sulla filosofia contenuta nella sua arte: Perchè non possiamo non dirci filosofi.

*EDIT: In seguito, fra le scartoffie del liceo, ho ritrovato la mia analisi di Riva del mare nella luce della luna e l'ho riportata; la trovate al link (basta cliccare sul titolo dell'opera).

sabato 9 ottobre 2010

Il falcone di Gengis Khan


Sto leggendo un libro che si ricollega perfettamente all'idea con cui ho cominciato questo blog. Si tratta di "Come il fiume che scorre", una raccolta di racconti e situazioni di viaggio e di vita dello scrittore brasiliano Paulo Coelho. Eccone uno dei miei estratti preferiti:

Una mattina il condottiero mongolo Gengis Khan e il suo seguito andarono a caccia. Mentre i suoi compagni avevano portato arco e freccia, Gengis Khan aveva sul braccio il suo falcone prediletto, che era migliore e più preciso di qualunque freccia, perché poteva librarsi nel cielo e vedere tutto ciò che un essere umano non può vedere.
Tuttavia, nonostante il grande entusiasmo del gruppo, non riuscirono a trovare nulla. Deluso, Gengis Khan fece ritorno all’accampamento, ma, per evitare di scaricare la sua frustrazione sui compagni, si separò dalla comitiva e decise di proseguire da solo.
Erano rimasti nella foresta più di quanto fosse previsto, e Khan stava morendo di stanchezza e di sete. A causa della calura estiva i ruscelli erano in secca, e non riuscì a trovare nulla da bere finchè – miracolo! – scorse un filo d’acqua sgorgare da una roccia di fronte a lui.
Immediatamente si tolse il falcone dal braccio, afferrò il piccolo boccale d’argento che portava sempre con sé, lo riempì con grande pazienza ma, mente stava per portarselo alle labbra, il falcone spiccò il volo e gli strappò di mano il bicchiere, facendolo cadere lontano.
Gengis Khan si infuriò, ma l’animale era il suo favorito, e pensò che forse anche lui avesse sete. Raccolse il calice, tolse la polvere e tornò a riempirlo. Quando fu pieno a metà, il falcone attaccò nuovamente, rovesciando il liquido.
Gengis Khan adorava il suo animale, ma sapeva anche che non doveva lasciarsi mancare di rispetto in nessuna circostanza, poiché qualcuno poteva assistere la scena da lontano e in seguito riferire ai guerrieri che il grande conquistatore era incapace di dominare un semplice uccello.
Quindi sguainò la spada, prese il calice, e ricominciò a riempirlo, osservando il falcone con la coda dell’occhio. Appena ebbe acqua a sufficienza, si apprestò a bere, ma ancora una volta il falcone si alzò in volo e si diresse verso di lui. Khan, con un solo fendente, gli trapassò il petto.
Il filo d’acqua si era esaurito. Deciso a bere a ogni costo, scalò la roccia alla ricerca della sorgente. Con sua sorpresa, trovò una pozza d’acqua con nel mezzo, morto, uno dei serpenti più velenosi della regione: se avesse bevuto l’acqua, Khan non sarebbe più stato nel mondo dei vivi.
Fece ritorno all’accampamento, tenendo tra le braccia il falcone morto. Ordinò una riproduzione in oro dell’uccello, e su una delle ali incise:Anche quando un amico fa qualcosa che non ti piace, egli continua a essere un tuo amico.”
Sull’altra ala fece scrivere: Qualunque azione motivata dal furore, è un’azione condannata al fallimento.”  

venerdì 24 settembre 2010

Holden Caulfield

Ultimamente ho preso l'abitudine oltre che di sottolineare le parti dei libri che più mi colpiscono, di riportarne la pagina sul retro del segnalibro.
Alla fine mi ritrovo il segnalibro tutto scritto e, ogni volta che devo consigliare quel libro a qualcuno, preferisco fargli leggere quegli stralci. Così non so imbastire un discorso sul perchè mi piace quel libro, ma so solo indicare quali passaggi mi hanno entusiasmata, e li riporto.
Proprio ieri ho finito di leggere "Il giovane Holden", (l'unico) famoso romanzo di formazione dal titolo originale intraducibile in italiano - "The catcher in the rye" - di Jerome David Salinger, morto nel gennaio di quest'anno.
Inutile dire che ha subìto lo stesso procedimento e, nell'entusiasmo della lettura, ho di nuovo riempito il segnalibro. Adesso voglio 'far fruttare' la briga che mi sono presa di selezionare gli estratti e pubblicarne alcuni, chissà che qualcuno non si incuriosisca e sia attratto a leggerlo. A me capita.

L'ho trovato simpatico.


[1] "A me però non me ne importava proprio niente di non aver visto il film. Passava per una cosa da ridere, con Cary Grant, e le solite boiate. Del resto ero già stato al cinema con Brossard e Ackley. Ridevano tutti e due come iene per certe cose che non erano nemmeno comiche. Non mi divertivo nemmeno a star seduto vicino a loro, al cinema." [p.44]


[2] "Due minuti dopo russava a tutta forza. Io però continuai a starmene là al buio, cercando di non pensare alla vecchia Jane e a Stradlater in quella maledetta macchina di Ed Banky. Ma era quasi impossibile. Il guaio era che conoscevo la tecnica di quel tipo. E mi bastava per stare peggio. Una volta eravamo usciti insieme con due ragazze nella macchina di Ed Banky, e Stradlater stava dietro con la sua ragazza e io davanti con la mia. Che tecnica aveva quel tipo! Aveva cominciato che si era messo a imbambolare la ragazza con quella voce così pacata e sincera - come se non fosse soltanto un bellissimo ragazzo ma anche un bravo ragazzo sincero. Per poco non vomitavo, a sentirlo. La sua ragazza continuava a dire <<No... ti prego. Ti prego, no. Ti prego >>. Ma il vecchio Stradlater continuava a imbambolarla con quella sua voce così sincera alla Abramo Lincoln, e alla fine quel tremendo silenzio, dietro. Era stato proprio imbarazzante." [pag.58]

[3] "Tutt'a un tratto mentre andavo verso l'atrio, ecco che mi tornò in testa la vecchia Jane Gallagher. Ce l'avevo nella testa, e non riuscivo a togliermela. Mi sedetti in quella poltrona color vomito nell'atrio e mi misi a pensare a lei e a Stradlater in quella stramaledetta macchina di Ed Banky, e sebbene fossi quasi sicuro che il vecchio Stradlater non l'aveva stantuffata - per me la vecchia Jane era un libro aperto - non riuscivo lo stesso a togliermela di mente. Per me lei era un libro aperto. Davvero. Voglio dire che a parte la dama, andava matta per tutti gli sport atletici, e dopo che l'avevo conosciuta, passammo l'estate a giocare a tennis insieme quasi tutte le mattine e a golf quasi tutti i pomeriggi. Ero arrivato sul serio a conoscerla proprio intimamente, non dico che ci fosse qualcosa di fisico o che so io - non c'era niente - ma ci vedevamo tutto il tempo. Non c'è sempre bisogno di darsi al sessuale per conoscere una ragazza." [p.90]

[4] "Come si chiama la canzone che stava sonando quando entrai non lo so con sicurezza, ma qualunque fosse, la stava proprio massacrando. Infronzolava le note alte con tutti quei cretinissimi trilletti da gigione, e un sacco di altri ghirigori complicati che mi fanno girare ben bene le scatole. Ma dovevate sentire la gente alla fine. Roba da  vomitare. Avevano perso la testa. Erano proprio gli stessi fessi che al cinema si sganasciano dalle risate per cose che non sono affatto comiche. Giuro davanti a  Dio che se fossi un pianista o un attore o qualcosa del genere, e tutti quei cretini mi trovassero fantastico, per me sarebbe tremendo. Non vorrei nemmeno i loro battimani." [p.99]

[5] "Prendete la gente che si consuma gli stramaledetti occhi a forza di piangere per le cretinate balorde dei film, e nove volte su dieci in fondo in fondo sono solo degli schifosi bastardi. Senza scherzi." [p.163]

[6] "Mio fratello D.B. è stato nell'esercito quattro maledettissimi anni. Ha fatto anche la guerra - è sbarcato in Normandia e via discorrendo - ma in realtà credo che più della guerra odiasse l'esercito. [...] Non doveva far altro che scarrozzare tutto il giorno un bullo di generale in una machina del Comando. Una volta disse a me e ad Allie che se avesse dovuto sparare qualcuno, non avrebbe saputo da che parte sparare. Disse che nell'esercito c'erano tanti di quei bastardi da far concorrenza ai nazisti." [p.163-164]

[7] "E' buffo. Basta che diciate qualcosa che nessuno capisce e fate fare agli altri tutto quello che volete." [p.185]

[8] "- [...] Dimmi qualcosa che ti piacerebbe essere. Come uno scienziato. O un avvocato o qualche cosa.
- Non potrei essere uno scienziato. In scienze sono una schiappa.
- Beh, un avvocato, come papà e compagnia bella.
- Gli avvocati sono in gamba, direi, ma non mi attira, - dissi. - Voglio dire, sono in gamba se vanno in giro tutto il tempo a salvare la vita degli innocenti e roba simile, ma se sei avvocato queste cose non le fai. Tutto quello che fai è accumulare soldi giocare a golf giocare a bridge comprare macchine bere martini e aver l'aria dell'alto papavero. E del resto! Anche se te ne vai in giro a salvare la vita della gente e via discorrendo, chi ti dice che lo fai perchè vuoi veramente salvare la vita della gente, e non perchè in realtà quello che vuoi è soltanto di essere un fenomeno di avvocato, con tutti quanti che ti dànno manate sulla schiena e ti fanno le congratulazioni in tribunale quando il maledetto processo è finito e i giornalisti e tutti quanti, come si vede in quegli sporchi film? Chi ti dice che non sei uno sbruffone? Non lo sapresti mai, ecco il guaio.
Non sono ben sicuro che la vecchia Phoebe capisse di che diavolo parlavo. Voglio dire, in fondo non è che una bambina e via discorrendo. Però stava a sentire, almeno. Se qualcuno almeno vi sta a sentire non è tanto brutto." [pp.200-201]

[9] "- Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell'immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c'è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quello che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l'unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia."  [pp.201-202]

[10] "- Il capitombolo che secondo me ti stai preparando a fare... è un tipo speciale di capitombolo, orribile. A chi precipita non è permesso di accorgersi nè di sentirsi quando tocca il fondo. Continua soltanto a precipitare giù. Questa bella combinazione è destinata agli uomini che, in un momento o nell'altro della loro vita, hanno cercato qualcosa che il loro ambiente non poteva dargli, o che loro pensavano che il loro ambiente non potesse dargli. Sicchè hanno smesso di cercare. Hanno smesso prima ancora di avere veramente cominciato." [p.218-219]

[11] "Ciò che distingue l'uomo immaturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l'uomo maturo è che vuole umilmente vivere per essa" (Wilhelm Stekel, psicanalista) [p.219]