Due curiose osservazioni sui capelli incontrate durante le mie letture, a opera di due autori completamente diversi fra loro per ambito culturale e anche per il periodo storico in cui hanno vissuto/vivono. Vediamo cosa dicono.
«"Non è forse la natura stessa a insegnarci che se un uomo porta i capelli lunghi, ciò è disonorevole per lui? Ma se una donna porta i capelli lunghi, ciò è una gloria per lei: infatti le sono stati dati i capelli per coprirsi. Tranne che per i ribelli, noi uomini non seguiamo tale costume [...]" (S.Paolo)
Che c'è di vergognoso nell'avere il capo rasato? [...]
Se S. Paolo avesse detto esplicitamente che gli piacevano i lunghi capelli delle donne, molte di noi gli avrebbero dato ragione e l'avrebbero stimato di più per averlo ammesso. [...]
L'argomentazione basata sulla natura a noi sembra che lasci un po' a desiderare. [...] E' evidente infatti che vi sono mescolati pregiudizi sessuali e personali. S. Paolo non era soltanto uno scapolo, [...] apparteneva al tipo d'uomo virile o dominante, così diffuso oggi* in Germania, per la cui gratificazione è indispensabile avere a disposizione una razza o un sesso sottomessi.»
(Da una nota dell'autrice stessa a "Le tre ghinee", Virginia Woolf, 1938, Universale Economica Feltrinelli)
*La Woolf scrive al tempo della diffusione del nazismo
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"Per quanto riguarda il nostro corpo, pur avendo una superficie quasi del tutto nuda, nella regione della testa presentiamo una crescita di capelli lunghi e rigogliosi, adatti alla pulizia. Infatti noi vi dedichiamo molta cura, molto più di quello che richiederebbe l'igiene, per mezzo di pulitori specializzati, cioè barbieri e parrucchieri. Non è chiaro perché il fatto di pettinarsi reciprocamente non sia diventato parte delle nostre normali riunioni sociali domestiche. Per esempio, perché abbiamo sviluppato il discorso di pulizia* come sostituto particolare della tipica pulizia amichevole dei primati, mentre avremmo potuto tanto facilmente concentrare nella zona del capo i nostri tentativi originari di pulizia? Sembra che la soluzione stia nel significato sessuale dei capelli. L'acconciatura del capo, nella sua forma attuale, presenta differenze notevolissime tra i due sessi per cui rappresenta un carattere sessuale secondario.
La sua associazione con i caratteri sessuali l'ha portata a far parte delle manifestazioni del comportamento sessuale, cosicchè oggi il gesto di carezzare o di palpare i capelli è troppo carico di significato erotico perchè sia consentito come semplice gesto sociale di amicizia. Poichè in conseguenza esso è stato eliminato dalle riunioni comuni fra conoscenti, bisogna trovare un altro sfogo per questo impulso. Il bisogno di pulire può trovare uno sfogo nel pulire un sofà o un gatto, mentre la necessità di essere puliti richiede un ambiente particolare. Il salone da parrucchiere costituisce la risposta perfetta. Qui il cliente può soddisfare fino in fondo il suo bisogno di essere pulito, senza pericolo che qualche motivo sessuale affiori durante il procedimento. Ponendo i pulitori professionisti in una categoria a parte, completamente staccata dal gruppo tribale dei conoscenti, si elimina qualunque pericolo."
(p.223, 224, Desmond Morris, "La scimmia nuda (Studio zoologico sull'animale uomo)",1967, Tascabili Bompiani)
*Morris definisce 'discorso di pulizia (o di contatto)' le "chiacchiere gentili e prive di significato degli incontri sociali, [...] la cui funzione consiste nell'avvalorare il sorriso di saluto e mantenere la solidarietà sociale", come sostituto della "pulizia sociale" effettuata dagli altri primati (come ad esempio le scimmie), ovvero lo 'spulciarsi' a vicenda.
giovedì 16 agosto 2012
lunedì 28 maggio 2012
Principe Myskin colpisce ancora: ultime battute
Ripubblico un brano proveniente dalle ultime vicende de "L'idiota" di F. Dostoevskij che ho accidentalmente cancellato.
"Tutti tornavano in salotto dove, però, c'era un'altra sorpresa che li attendeva.
Aglaja, non solo non stava ridendo ma parlava al principe con una certa timidezza.
<<Perdonatemi. Perdonate una ragazza sciocca, cattiva e viziata (gli teneva la mano mentre glielo diceva), e state pur tranquillo che tutti noi vi stimiamo immensamente. Se io ho osato approfittare della vostra... ingenuità, siate buono e perdonatemi di aver insistito tanto sopra una sciocchezza che, alla fine, non potrà avere la minima conseguenza>>, concluse Aglaja, sottolineando le ultime parole.
Tutti furono colpiti dalla frase "una sciocchezza che, alla fine, non potrà avere la minima conseguenza" ma, in particolare, il padre, la madre e le sorelle furono colpiti dalla serietà che aveva Aglaja mentre la pronunciava. Tutti s'interrogavano con lo sguardo; il principe non aveva fatto caso a quelle parole e sembrava al colmo della felicità.
<<Perchè parlate così>>, balbettò, <<perchè dovreste cheidermi perdono?>>.
Il principe avrebbe anche voluto aggiungere che lui non meritava che gli si chiedesse perdono. Era difficile dire se avesse capito che Aglaja stava parlando di "una sciocchezza" perchè, strano com'era, forse aveva capito benissimo e si rallegrava proprio per questo. Per lui, il solo fatto di poter fare visita ad Aglaja, intrattenersi con lei, passeggiare insieme, rappresentava il massimo della felicità... e chissà! Magari si sarebbe accontentato solo di questo per tutta la vita!" (pp.400-401)
"Tutti tornavano in salotto dove, però, c'era un'altra sorpresa che li attendeva.
Aglaja, non solo non stava ridendo ma parlava al principe con una certa timidezza.
<<Perdonatemi. Perdonate una ragazza sciocca, cattiva e viziata (gli teneva la mano mentre glielo diceva), e state pur tranquillo che tutti noi vi stimiamo immensamente. Se io ho osato approfittare della vostra... ingenuità, siate buono e perdonatemi di aver insistito tanto sopra una sciocchezza che, alla fine, non potrà avere la minima conseguenza>>, concluse Aglaja, sottolineando le ultime parole.
Tutti furono colpiti dalla frase "una sciocchezza che, alla fine, non potrà avere la minima conseguenza" ma, in particolare, il padre, la madre e le sorelle furono colpiti dalla serietà che aveva Aglaja mentre la pronunciava. Tutti s'interrogavano con lo sguardo; il principe non aveva fatto caso a quelle parole e sembrava al colmo della felicità.
<<Perchè parlate così>>, balbettò, <<perchè dovreste cheidermi perdono?>>.
Il principe avrebbe anche voluto aggiungere che lui non meritava che gli si chiedesse perdono. Era difficile dire se avesse capito che Aglaja stava parlando di "una sciocchezza" perchè, strano com'era, forse aveva capito benissimo e si rallegrava proprio per questo. Per lui, il solo fatto di poter fare visita ad Aglaja, intrattenersi con lei, passeggiare insieme, rappresentava il massimo della felicità... e chissà! Magari si sarebbe accontentato solo di questo per tutta la vita!" (pp.400-401)
mercoledì 16 maggio 2012
Un caso pietoso
Aveva una strana abitudine autobiografica che gli faceva comporre di volta in volta nella sua mente una breve frase su sè stesso, col soggetto in terza persona e il verbo al passato remoto. [...] Cenava in una trattoria in George's Street dove si sentiva al sicuro dalla gioventù dorata di Dublino e dove c'era una certa genuinità nella lista del cibo. Le sue serate le passava o davanti al piano della sua padrona di casa o vagando per i sobborghi della citta. La sua passione per la musica di Mozart a volte lo portava all'opera o a un concerto queste erano le uniche dissipatezze della sua vita. Non aveva nè compagni nè amici, nè chiesa nè credo. [...]
Una sera si ritrovò seduto vicino a due signore nella Rotonda. La sala, con poche persone e silenziosa, faceva prevedere un desolante fiasco. La signora che sedeva più vicino a lui guardò un paio di volte la sala deserta e poi disse:
- Che peccato che ci sia così poca gente nella sala stasera. E' tanto brutto cantare davanti a delle poltrone vuote.
Lui raccolse l'osservazione come un invito a parlare. Fu sorpreso nel notare come lei fosse tanto disinvolta. Mentre parlavano lui cercò di fissarla nella memoria. [...] Il suo viso, che doveva essere stato bello, aveva ancora un'aria intelligente. [...]
Poichè suo marito era spesso fuori per lavoro e sua figlia fuori per dare lezioni di musica, Mr Duffy aveva molte occasioni per godere della compagnia della signora. Nè lui nè lei avevano avuto avventure simili in precedenza e neanche ci trovavano qualcosa di sconveniente. A poco a poco lui intrecciò i propri pensieri con quelli di lei. Lui le prestava libri, le dava delle idee, divideva la vita intellettuale con lei. Lei ascoltava tutto. Qualche volta in cambio delle sue idee lei gli dava qualche episodio della propria vita. Quasi con sollecitudine materna lei lo spingeva ad aprire appieno la sua natura: lei divenne il suo confessore. [...]
Lei gli chiese perchè non scrivesse i suoi pensieri. Per che cosa? le chiese, con sprezzo cortese. Per competere con quei mangiaparole, che non erano capaci di pensare consecutivamente per sessanta secondi? Per sottomettersi alla critica di un'ottusa borghesia che affidava la sua moralità ai poliziotti e la sua arte agli impresari?
Lui andava spesso al villino di lei fuori Dublino; spesso passavano la serata da soli. A poco a poco, mentre i loro pensieri si univano, parlavano di argomenti meno remoti. La compagnia di lei era come terra calda per una pianta esotica. Molte volte lei si tratteneva dall'accendere la lampada, e lasciava che il buio li circondasse. La scura stanza discreta, la loro solitudine, la musica che ancora vibrava nelle loro orecchie li univa. Questa unione lo esaltava, gli smussava i profili affilati del suo carattere, eccitava la sua vita mentale. Qualche volta si sorprendeva ad ascoltare il suono della sua stessa voce. Lui non pensava che agli occhi di lei, aveva raggiunto una sfera angelica; e, mentre legava a sè sempre più strettamente la natura fervida della sua compagna, sentiva la strana voce impersonale che riconosceva come sua, e che insisteva sull'incurabile solitudine dell'anima. Non possiamo darci agli altri, diceva; siamo solo nostri.
Una sera la chiusa di uno di questi discorsi fu che Mrs Sinico, che aveva mostrato i segni di un'insolita eccitazione, prese la mano di lui appassionatamente e la premette sulla sua guancia. Mr Duffy fu molto sorpreso. Lei aveva interpretato le sue parole in un modo che lo aveva disilluso. [...]
Passarono quattro anni. Mr Duffy tornò alla sua piatta vita. Una delle sue frasi, scritta due mesi dopo il suo ultimo incontro con Mrs Sinico, diceva: "L'amore tra uomo e uomo è impossibile perchè non può esserci rapporto sessuale, e l'amicizia tra uomo e donna è impossibile perchè non può esserci un raporto sessuale". Si tenne lontano dai concerti per non incontrarla. [...]
Inveì contro la rettitudine della sua vita; sentì che era stato escluso dal banchetto della vita. Un essere umano sembrava averlo amato e lui gli aveva negato la vita e la felicità: l'aveva condannata all'ignominia, ad una morte vergognosa. [...]
Non la sentiva più vicino a lui nè sentiva la sua voce sfiorargli l'orecchio. Aspettò per qualche minuto. Non riusciva a sentire niente: la notte era perfettamente silenziosa. Ascoltò ancora: perfettamente silenziosa. Sentì di essere solo.
~James Joyce, "Un caso pietoso" (da "Gente di Dublino")
venerdì 4 maggio 2012
Un lupo della steppa
"Non deve però stupirci che un uomo così istruito e intelligente come Harry possa credersi un "lupo della steppa" e pensare che si possano accogliere le forme ricche e complicate della sua vita entro una formula così semplice, così brutale, così primitiva. L'uomo non possiede un'alta facoltà di pensiero e, per quanto sia intelligente e colto, vede continuamente il mondo e sè stesso, specie sè stesso, attraverso le lenti di formule molto ingenue, semplificanti e traditrici. Infatti, a quanto pare, tutti gli uomini hanno un bisogno innato e impellente di immaginare il proprio io come unità. Per quanto venga scossa anche gravemente, questa illusione si rimargina ogni volta." (Dissertazione, p. XVI)
"Mi misi accanto a quel giovane e ordinai un whisky. Mentre bevevo osservai il profilo del giovane che mi parve noto e delizioso come una visione di tempi molto lontani attraverso il velo di polvere del passato. E un baleno mi attraversò la mente: era Ermanno, il mio amico di infanzia.
"Ermanno!" esclamai timidamente.
Egli sorrise: "Harry? Mi hai trovata?"
Era Erminia con qualche ritocco alla pettinatura, solo leggermente truccata, e il suo viso intelligente, pallido e nobile mi guardava di sopra al colletto alla moda [...] " (p.148)
"Mi misi accanto a quel giovane e ordinai un whisky. Mentre bevevo osservai il profilo del giovane che mi parve noto e delizioso come una visione di tempi molto lontani attraverso il velo di polvere del passato. E un baleno mi attraversò la mente: era Ermanno, il mio amico di infanzia.
"Ermanno!" esclamai timidamente.
Egli sorrise: "Harry? Mi hai trovata?"
Era Erminia con qualche ritocco alla pettinatura, solo leggermente truccata, e il suo viso intelligente, pallido e nobile mi guardava di sopra al colletto alla moda [...] " (p.148)
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giovedì 5 aprile 2012
Sommario, indice, menù
Dopo aver deciso di creare un sommario per riordinare e rendere più fruibili i contenuti, ho anche deciso di rendere il blog una raccolta delle mie letture, come spunto per chi volesse consigli e per esprimere tramite la citazione di brani il mio gradimento per esse. Spero sia utile a voi che passando leggete, così come per me è un modo di esprimermi.
Arte:
Arte:
- Il viandante sul mare di nebbia (a proposito di C.D. Friedrich)
- Riva del mare nella luce della luna (a proposito di C.D. Friedrich)
Letteratura:
- Sergej Esenin: svegliare la sensazione della poesia (da "Serghej A. Esenin L'estremo cantore dell'antica Russia di fronte alla rivoluzione" di Giovanni Arpino)
- Scrivo, lei ha scritto (da "La casa degli spiriti", Isabel Allende)
- L'invenzione del matrimonio (da "Orlando", Virginia Woolf)
- Paesaggio notturno prima di un'esecuzione (da "I tre moschettieri", Alexandre Dumas)
- Emancipazione di Carmen Morales (da "Il piano infinito", Isabel Allende)
- Indietro nel tempo (da "Un giorno questo dolore ti sarà utile", Peter Cameron)
- Quant'è bella giovinezza? (da "I miei martedì col professore", Mitch Albom)
- Il nonsenso della vita (da "La chimera" di S. Vassalli)
- Donna nell'Ottocento russo (da "Il sosia" di F. Dostoevskij, dalla raccolta "Racconti e romanzi brevi")
- L'incubo di Goljadkin (da "Il sosia" di F. Dostoevskij, dalla raccolta "Racconti e romanzi brevi")
- Contestualizzazione (da "Il sosia" di F. Dostoevskij, dalla raccolta "Racconti e romanzi brevi")
- Una strada a sé (da "Il sosia" di F. Dostoevskij, dalla raccolta "Racconti e romanzi brevi")
- Vivere nella propria testa (dall'introduzione ai "Racconti e romanzi brevi" di Dostoevskij a cura di M.B. Luporini e "Approccio integrato alla fisiologia umana" di D.U. Silverthorn)
- Il vagabondo delle stelle (a proposito de "Il vagabondo delle stelle" di J. London)
- L'abitudine di dire cose che non sono vere (da "I viaggi di Gulliver" di J. Swift)
- Lo studente Pokrovsky (da "Povera gente" di F. Dostoevskij)
- Pavlovič il disgustoso (da "L'eterno marito" di F. Dostoevskij)
- L'eterno amante (da "L'eterno marito" di F. Dostoevskij)
- Problemi di capelli (da "Le tre ghinee" di V. Woolf e "La scimmia nuda" di D. Morris)
- Un caso pietoso (da "Gente di Dublino" di J. Joyce)
- Un lupo della steppa (da "Il lupo della steppa" di H. Hesse)
- Principe Myskin: ultime battute (da "L'idiota" di F. Dostoevskij)
- La dichiarazione dell'idiota (da "L'idiota" di F. Dostoevskij)
- Mi credono idiota ma... (da "L'idiota" di F. Dostoevskij)
- Il falcone di Gengis Khan (da "Come il fiume che scorre" di P. Coelho)
- Holden Caulfield (a proposito de "Il giovane Holden" di J.D. Salinger)
domenica 20 novembre 2011
Riva del mare nella luce della luna
Come dicevo in un altro post (Il viandante sul mare di nebbia), ho scritto quest'analisi ai tempi del liceo. Ricordavo male, però: non era l'analisi a esser lunga quattro pagine, bensì l'intero lavoro, comprendente anche un'introduzione sul Romanticismo e sull'opera di Friedrich pittore. Essendomi già abbondantemente soffermata sui temi della sua pittura ometterò questa parte, riportando esclusivamente un preambolo al periodo culturale in cui il Nostro era in attività (e l'analisi stessa).
Il Romanticismo fu un movimento che investì letteratura, arte, filosofia, musica, più in generale, il modo di pensare e la cultura a cavallo fra la fine del '700 e l'inizio dell'800; non ha nè collocazione ben definita nel tempo, nè caratteristiche che lo delimitino rigidamente, assume invece caratteristiche differenti a seconda della nazione che lo accoglie, a caratterizzarne il nazionalismo. Convive col Neoclassicismo, ed entrambi sono l'espressione della ricerca di un rifugio sicuro nel passato. Il Neoclassicismo però puntava sulla razionalità e l'equilibrio, rifugiandosi nella classicità, mentre il Romanticismo, al suo opposto, esaltava il sentimento, la natura, il misticismo, l'inseguimento delle passioni - quindi una mancanza di equilibrio - rifugiandosi in un passato più prossimo, quello del Medioevo, e rigettando la razionalità illuministica e la regola, percepite come una forzatura.
La fase, per dir così, 'fetale' del Romanticismo è stato il movimento tedesco dello Sturm und drang (tempesta ed impeto), dalla Germania fu poi portato in tutta Europa grazie ad August Schlegel e Madame De Stael. Nato dapprima come momento d'incontro fra amici, assumerà poi carattere formale attraverso l'elaborazione teorica delle sue caratteristiche (ovvero la "Preface to lyrical ballads" di W. Wordsworth) e la fondazione della rivista Athenaum. Attorno a questo fulcro ruoteranno personaggi importanti come i filosofi Fichte ed Hegel (i padri dell'Idealismo), il pittore Friedrich (del quale ci accingeremo a raccontare) e lo scrittore Goethe (che scriverà "I dolori del giovane Werther" proprio nell'anno in cui nasce Friedrich, e che successivamente conoscerà il pittore di persona).
Caspar David Friedrich nasce il 5 settembre del 1774 a Greifswald, un cittadina vicino al mare, le cui immagini resteranno per sempre nel bagaglio figurativo del pittore e che spesso troveremo nei suoi quadri, con l'orizzonte come simbolo di quella tensione verso l'altrove, verso l'infinito (streben, sehnsucht).
Il quadro che prendo in considerazione è uno dei più tetri, corrispondente all'ultimo periodo della sua vita, e sembra rappresentare i meandri dell'anima dell'artista: si tratta di Riva del mare nella luce della luna (1835-'36). I colori del quadro sono tendenzialmente scuri, freddi (prevalentemente nero e blu) e l'opera è di notevoli dimensioni (130x170 cm). L'impatto che si ottiene da questa visione conferisce un senso di malinconia. Possiamo sicuramente dire che sia profondamente suggestivo se consideriamo autobiograficamente il quadro: infatti in questo periodo "la sua malinconia sta virando in depressione, la riservatezza in misantropia" (Eva Di Stefano).
Questo quadro è collocato alla fine del fascicolo sul pittore curato da Eva Di Stefano, ed ha costituito il 'colpo di grazia' al mio gradimento dopo la successione dei suggestivi quadri - si può quindi dire che l'intento di Friedrich di colpire "altri esseri dall'esterno verso l'interno" (cit. Friedrich stesso) sia riuscito. "Riva del mare nella luce della luna" sul fascicolo occupa quasi due pagine (ne riporto qui la scansione, sulla quale si può purtroppo notare la riga verticale di rilegatura) ed è costituito da una netta divisione fra spiaggia e mare neri - quest'ultimo con qualche sfumatura di verde - e cielo blu cobalto-grigio, attraverso una sottile linea bianca, netta al centro e sfumata alle estremità, che rappresenta il riflesso della luce lunare sulla superficie acquea.Partendo dal basso, scorgiamo a malapena - con quel po' di luce che la luna, nascosta fra le nuvole lì alla sommità centrale del quadro, ci permette di vedere - una spiaggia scogliosa e irregolare, con alcune rocce che si protendono centralmente, sparpagliate, all'interno del mare che in questo punto è verde-bianco. Si scorgono anche un paio di barche ormeggiate sulla sinistra, e altre due in mare (delle quali si notano le vele), entrambe quasi alla stessa distanza alla riva, una a destra e una a sinistra del bacino verde del mare, a chiuderlo, continuando verticalmente le appendici laterali scure della spiaggia che si estende invece in orizzontale. In lontananza a destra si scorge una terza vela, al di là del banco roccioso, collocata come due sottili tratti grigi nella linea bianca sfumata dell'orizzonte. La zona rocciosa più prossima allo spettatore è costituita da zone di un nero più denso e meno denso, che difficilmente costituiscono forme intelligibili (appaiono infatti vagamente come scogli più alti e meno alti, non di più ci è dato scorgere) e che a una prima disattenta occhiata possono sembrare una massa nera omogenea.
La prima diagonale del quadro va da sinistra a destra partendo dal basso (all'anfratto verdognolo in cui sono collocate le due barchette, verso la terza vela in lontananza) mentre la seconda va sempre da sinistra a destra, ma partendo all'alto questa volta (la riconosciamo se seguiamo l'andamento delle creste inferiori delle nuvole). Questo fa sì che si venga a creare sulla sinistra del quadro uno slargamento (da me interpretato come punto di partenza) e sulla destra un restringimento (punto di arrivo) che insistono sulla linea dell'orizzonte. Il cielo è gonfio di nuvole, il cui grigiore si infittisce sulla destra, rispettando quella simmetria che abbiamo appena evidenziato. In direzione della luna (la piccola semicirconferenza bianca che si scorge in alto al margine del quadro) c'è un lieve chiarore violetto-azzurro e, sotto la coltre nuvolosa, nella zona che divide orizzonte del mare e orizzonte delle nuvole, il cielo è di un blu limpido.
Come ho interpretato questo dipinto? Stando la vita di Friedrich per volgere al termine, mi sembra ch'egli abbia voluto rappresentare le due barchette ormeggiate come simbolo dei traghetti delle anime che lasceranno la vita terrena (costituita dagli scogli neri e ormai indistinguibili) per raggiungere finalmente quell'infinito (costituito dal mare aperto e dall'orizzonte) impossibile da raggiungere in vita: è questo l'atteggiamento tipico del Romanticismo, che vedeva nella morte il ricongiungimento con l'infinito. La vela in lontananza sta appunto ad indicare il tragitto da seguire, verso l'orizzonte. Il fatto che l'orizzonte sia illuminato sottolinea che è questa la via che ora il pittore deve seguire, l'ultima rotta cui è destinato. Le due vele-'colonne d'Ercole' da superare per raggiungere l'infinito costituiscono esse stesse i mezzi con cui inoltrarvisi, quindi sono al tempo stesso limite e mezzo fra l'io-soggetto e il mondo-oggetto, segno che quella che prima sembrava una barriera insormontabile (la differenza fra individuo e universo) sta diventando adesso raggiungibile col sopraggiungere della morte, momento in cui l'individuo si rifà universo. La luna, da sempre presente in Friedrich e in tutto il suggestivo immaginario romantico, illumina l'ultimo tratto del percorso della vita dell'artista, apparendo ormai offuscata in segno di cordoglio.
Riprendendo ancora le parole di Eva Di Stefano:
"Se il Romanticismo consiste, secondo la definizione che ne dà il poeta Novalis nel 1798, nel dare a ciò che è familiare un aspetto enigmatico, al noto il prestigio dell'ignoto, al finito l'aparenza dell'infinito, la pittura di Caspar David Friedrich è il suo sigillo". E così un suggestivo e malinconico paesaggio marittimo può diventare la metafora degli ultimi giorni della vita di un Genio che si conclude.
R. V., marzo 2008
La prima diagonale del quadro va da sinistra a destra partendo dal basso (all'anfratto verdognolo in cui sono collocate le due barchette, verso la terza vela in lontananza) mentre la seconda va sempre da sinistra a destra, ma partendo all'alto questa volta (la riconosciamo se seguiamo l'andamento delle creste inferiori delle nuvole). Questo fa sì che si venga a creare sulla sinistra del quadro uno slargamento (da me interpretato come punto di partenza) e sulla destra un restringimento (punto di arrivo) che insistono sulla linea dell'orizzonte. Il cielo è gonfio di nuvole, il cui grigiore si infittisce sulla destra, rispettando quella simmetria che abbiamo appena evidenziato. In direzione della luna (la piccola semicirconferenza bianca che si scorge in alto al margine del quadro) c'è un lieve chiarore violetto-azzurro e, sotto la coltre nuvolosa, nella zona che divide orizzonte del mare e orizzonte delle nuvole, il cielo è di un blu limpido.
Come ho interpretato questo dipinto? Stando la vita di Friedrich per volgere al termine, mi sembra ch'egli abbia voluto rappresentare le due barchette ormeggiate come simbolo dei traghetti delle anime che lasceranno la vita terrena (costituita dagli scogli neri e ormai indistinguibili) per raggiungere finalmente quell'infinito (costituito dal mare aperto e dall'orizzonte) impossibile da raggiungere in vita: è questo l'atteggiamento tipico del Romanticismo, che vedeva nella morte il ricongiungimento con l'infinito. La vela in lontananza sta appunto ad indicare il tragitto da seguire, verso l'orizzonte. Il fatto che l'orizzonte sia illuminato sottolinea che è questa la via che ora il pittore deve seguire, l'ultima rotta cui è destinato. Le due vele-'colonne d'Ercole' da superare per raggiungere l'infinito costituiscono esse stesse i mezzi con cui inoltrarvisi, quindi sono al tempo stesso limite e mezzo fra l'io-soggetto e il mondo-oggetto, segno che quella che prima sembrava una barriera insormontabile (la differenza fra individuo e universo) sta diventando adesso raggiungibile col sopraggiungere della morte, momento in cui l'individuo si rifà universo. La luna, da sempre presente in Friedrich e in tutto il suggestivo immaginario romantico, illumina l'ultimo tratto del percorso della vita dell'artista, apparendo ormai offuscata in segno di cordoglio.
Riprendendo ancora le parole di Eva Di Stefano:
"Se il Romanticismo consiste, secondo la definizione che ne dà il poeta Novalis nel 1798, nel dare a ciò che è familiare un aspetto enigmatico, al noto il prestigio dell'ignoto, al finito l'aparenza dell'infinito, la pittura di Caspar David Friedrich è il suo sigillo". E così un suggestivo e malinconico paesaggio marittimo può diventare la metafora degli ultimi giorni della vita di un Genio che si conclude.
R. V., marzo 2008
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lunedì 17 gennaio 2011
La dichiarazione dell'idiota
" [...] Non c'è niente che possa dirsi veramente mio, che si riprenda tutto Afanasij Ivànovic, allora: me ne andrò di qui e gli lascerò tutto, fino all'ultimo cencio... poi vedremo chi è che mi vorrà... domandatelo a Ganja se mi sposerebbe ancora! Nemmeno Ferdyscenko mi sposerebbe a queste condizioni..." disse Nastas'ja Filippovna.
"Ferdyscenko forse non vi sposerebbe... io sono sincero", interruppe Ferdyscenko, "ma il principe, invece, lui sì che vi sposerebbe. Vi siete lamentata così tanto da dimenticarvi di lui. Ma io, il nostro principe, è un bel pezzo che lo sto osservando".
Nastas'ja, incuriosita, si voltò verso il principe.
"Davvero?" domandò.
"Davvero", balbettò il principe.
"Mi sposereste così come sono, senza nulla di nulla?"
"Vi sposerei".
"Eccone un'altra!, borbottò il generale. "Bisognava aspettarsela". Il principe con uno sguardo triste, serio e penetrante fissò Nastas'ja. "Ho trovato un altro benefattore!", disse questa, parlando a Dar'ja Alekseevna. "Ma lui parla con il cuore, sai! Io lo conosco. E forse è vero quello che gli altri dicono di lui, dicono che sia un po' ... Ma di che cosa camperesti se sei talmente innamorato da arrivare a sposarti l'amante di Rogozin?"
"Io sposerò una donna onesta, non l'amante di Rogozin".
"E la donna onesta sarei proprio io?"
"Voi, proprio voi".
"Ma cose come queste si leggono solo nei romanzi. Sono vecchie fantasie, mio caro principe. Oggi il mondo ha aperto gli occhi e non crede più a simili bugie. E poi, cosa vi salta in mente di prendere una moglie quando voi per primo avreste bisogno di qualcuno che vi tenga a balia?".
Il principe si alzò e, con voce bassa e tremante, ma con la serietà di un uomo convinto, disse: "Io non so nulla, Nastas'ja Filippovna, e non conosco il mondo, avete ragione... Però sono sicuro che sposandomi sareste voi a fare onore a me e non io a fare onore a voi. Io non conto nulla, ma voi avete sofferto tanto e siete uscita a testa alta dall'inferno: e questo vuol dire molto. Di che cosa dovreste vergognarvi? E perchè vorreste perdervi con Rogozin? E' la febbre che vi fa parlare così. Voi avete respinto i settantacinquemila rubli del signor Tockij; e avete dichiarato che siete pronta a lasciare questa casa e tutto quello che contiene, fino all'ultimo straccio. Non c'è donna al mondo che farebbe una cosa del genere. E io, Nastas'ja Filippovna, io... sì, io vi amo. Io morirò per voi. Io non permetterò a nessuno di dire una sola parola sul vostro conto. Se saremo poveri, io lavorerò...".
(pp. 144-145)
"Ferdyscenko forse non vi sposerebbe... io sono sincero", interruppe Ferdyscenko, "ma il principe, invece, lui sì che vi sposerebbe. Vi siete lamentata così tanto da dimenticarvi di lui. Ma io, il nostro principe, è un bel pezzo che lo sto osservando".
Nastas'ja, incuriosita, si voltò verso il principe.
"Davvero?" domandò.
"Davvero", balbettò il principe.
"Mi sposereste così come sono, senza nulla di nulla?"
"Vi sposerei".
"Eccone un'altra!, borbottò il generale. "Bisognava aspettarsela". Il principe con uno sguardo triste, serio e penetrante fissò Nastas'ja. "Ho trovato un altro benefattore!", disse questa, parlando a Dar'ja Alekseevna. "Ma lui parla con il cuore, sai! Io lo conosco. E forse è vero quello che gli altri dicono di lui, dicono che sia un po' ... Ma di che cosa camperesti se sei talmente innamorato da arrivare a sposarti l'amante di Rogozin?"
"Io sposerò una donna onesta, non l'amante di Rogozin".
"E la donna onesta sarei proprio io?"
"Voi, proprio voi".
"Ma cose come queste si leggono solo nei romanzi. Sono vecchie fantasie, mio caro principe. Oggi il mondo ha aperto gli occhi e non crede più a simili bugie. E poi, cosa vi salta in mente di prendere una moglie quando voi per primo avreste bisogno di qualcuno che vi tenga a balia?".
Il principe si alzò e, con voce bassa e tremante, ma con la serietà di un uomo convinto, disse: "Io non so nulla, Nastas'ja Filippovna, e non conosco il mondo, avete ragione... Però sono sicuro che sposandomi sareste voi a fare onore a me e non io a fare onore a voi. Io non conto nulla, ma voi avete sofferto tanto e siete uscita a testa alta dall'inferno: e questo vuol dire molto. Di che cosa dovreste vergognarvi? E perchè vorreste perdervi con Rogozin? E' la febbre che vi fa parlare così. Voi avete respinto i settantacinquemila rubli del signor Tockij; e avete dichiarato che siete pronta a lasciare questa casa e tutto quello che contiene, fino all'ultimo straccio. Non c'è donna al mondo che farebbe una cosa del genere. E io, Nastas'ja Filippovna, io... sì, io vi amo. Io morirò per voi. Io non permetterò a nessuno di dire una sola parola sul vostro conto. Se saremo poveri, io lavorerò...".
(pp. 144-145)
mercoledì 12 gennaio 2011
"Mi credono idiota, ma io sono intelligente, e loro non lo sospettano nemmeno"
Questo romanzo è il più radicale manifesto sovversivo che la letteratura moderna abbia prodotto. (Mauro Martini), p.9
"E' una scienza, quella delle chiacchiere, che ha le sue seduzioni. Io ho conosciuto politici, letterati e poeti che proprio grazie a questa sono riusciti a fare carriera." p.23
"Erano intanto cresciute le tre figlie del generale, Aleksandra, Adelaida, Aglaja. Sebbene portassero il cognome paterno, appartenevano, grazie alla madre, a una stirpe principesca. Avevano una dote considerevole e un padre importante. Inoltre, erano molto belle, il che non guasta, e questo valeva anche per Aleksandra, la primogenita, che aveva già toccato il quinto lustro. La sorella di mezzo contava ventitrè anni, e l'ultima, Aglaja, aveva da poco compiuto i venti e, in società, era già molto notata per la sua singolare avvenenza. E non basta: tutte e tre le ragazze si distinguevano per educazione, ingengo e cultura. Si volevano un gran bene e si sostenevano a vicenda. Si raccontava perfino di sacrifici fatti dalle sue sorelle maggiori a favore dell'ultima, che era l'idolo della casa. In società, le ragazze non ci tenevano a primeggiare, anzi, erano eccessivamente modeste. Nessuno avrebbe potuto accusarle di superbia, pur sapendole coscienti dei propri meriti. Aleksandra ea musicista; Adelaida dipingeva benissimo; ma per molti anni nessuno ne seppe mai nulla e, alla fine, la cosa divenne nota per puro caso. In una parola, delle figlie del generale non si diceva che bene. Non mancavano però i malevoli. Si bisbigliava con terrore dei molti libri che avevano letto. Non mostravano fretta di maritarsi. Stimavano la così detta alta società, ma non moltissimo, il che era più che mai notevole, essendo di pubblico dominio il carattere, le mire e i desideri dei loro genitori." p.30-31
"Quanto più semplice e alla buona era il discorso del principe, tanto più suonava strano" p.32
"Non uccidere, è detto nei comandamenti. E perchè, dunque, per punire un uomo di avere ucciso, lo uccidono? No, no, è un'infamia. [...] Uccidere chi ha ucciso è, secondo me, un castigo non proporzionato al delitto. L'assassinio legale è assai più spaventoso di quello perpetrato da un brigante." p.34-35
"La sua vita avrebbe rovinato anche le attitudini più brillanti, era una volontaria voluttà di sconforto e di noia, un morboso romanticismo indegno di una donna bella e intelligente come lei." (a proposito di Nastas'ja Filippovna) p.52
"Se siete un così buon fisionomista da conoscere la gente al primo sguardo, è sicuro che siete stato innamorato." p.67
"Bella non lo era mai stata: solo gli occhi dolcissimi ispiravano bontà e innocenza. Era terribilmente taciturna." (a proposito di Marie) p.69
"Forse anche qui mi considerano un ragazzino, e sia. C'è anche chi mi crede un idiota, non ho mai scoperto perchè." p.75
"Il principe,entrando, era molto turbato e faceva il possibile per trovare il coraggio necessario. <<Il peggio che mi può capitare>>, pensava, <<è che non mi ricevano e pensino male di me; oppure che mi ricevano e mi ridano in faccia. E sia, non importa!>>" p.122
"Bisogna notare che tutti, , compreso Lebedev, avevano una scarsa cognizione dei limiti del proprio potere, nè potevano davvero comportarsi come a loro pareva e piaceva. Lebedev, a momenti, avrebbe giurato di sì; ma poi sentiva anche la necessità di ricordare a se stesso alcuni piccoli articoli del codice penale" p . 141
"E' una scienza, quella delle chiacchiere, che ha le sue seduzioni. Io ho conosciuto politici, letterati e poeti che proprio grazie a questa sono riusciti a fare carriera." p.23
"Erano intanto cresciute le tre figlie del generale, Aleksandra, Adelaida, Aglaja. Sebbene portassero il cognome paterno, appartenevano, grazie alla madre, a una stirpe principesca. Avevano una dote considerevole e un padre importante. Inoltre, erano molto belle, il che non guasta, e questo valeva anche per Aleksandra, la primogenita, che aveva già toccato il quinto lustro. La sorella di mezzo contava ventitrè anni, e l'ultima, Aglaja, aveva da poco compiuto i venti e, in società, era già molto notata per la sua singolare avvenenza. E non basta: tutte e tre le ragazze si distinguevano per educazione, ingengo e cultura. Si volevano un gran bene e si sostenevano a vicenda. Si raccontava perfino di sacrifici fatti dalle sue sorelle maggiori a favore dell'ultima, che era l'idolo della casa. In società, le ragazze non ci tenevano a primeggiare, anzi, erano eccessivamente modeste. Nessuno avrebbe potuto accusarle di superbia, pur sapendole coscienti dei propri meriti. Aleksandra ea musicista; Adelaida dipingeva benissimo; ma per molti anni nessuno ne seppe mai nulla e, alla fine, la cosa divenne nota per puro caso. In una parola, delle figlie del generale non si diceva che bene. Non mancavano però i malevoli. Si bisbigliava con terrore dei molti libri che avevano letto. Non mostravano fretta di maritarsi. Stimavano la così detta alta società, ma non moltissimo, il che era più che mai notevole, essendo di pubblico dominio il carattere, le mire e i desideri dei loro genitori." p.30-31
"Quanto più semplice e alla buona era il discorso del principe, tanto più suonava strano" p.32
"Non uccidere, è detto nei comandamenti. E perchè, dunque, per punire un uomo di avere ucciso, lo uccidono? No, no, è un'infamia. [...] Uccidere chi ha ucciso è, secondo me, un castigo non proporzionato al delitto. L'assassinio legale è assai più spaventoso di quello perpetrato da un brigante." p.34-35
"La sua vita avrebbe rovinato anche le attitudini più brillanti, era una volontaria voluttà di sconforto e di noia, un morboso romanticismo indegno di una donna bella e intelligente come lei." (a proposito di Nastas'ja Filippovna) p.52
"Se siete un così buon fisionomista da conoscere la gente al primo sguardo, è sicuro che siete stato innamorato." p.67
"Bella non lo era mai stata: solo gli occhi dolcissimi ispiravano bontà e innocenza. Era terribilmente taciturna." (a proposito di Marie) p.69
"Forse anche qui mi considerano un ragazzino, e sia. C'è anche chi mi crede un idiota, non ho mai scoperto perchè." p.75
"Il principe,entrando, era molto turbato e faceva il possibile per trovare il coraggio necessario. <<Il peggio che mi può capitare>>, pensava, <<è che non mi ricevano e pensino male di me; oppure che mi ricevano e mi ridano in faccia. E sia, non importa!>>" p.122
"Bisogna notare che tutti, , compreso Lebedev, avevano una scarsa cognizione dei limiti del proprio potere, nè potevano davvero comportarsi come a loro pareva e piaceva. Lebedev, a momenti, avrebbe giurato di sì; ma poi sentiva anche la necessità di ricordare a se stesso alcuni piccoli articoli del codice penale" p . 141
venerdì 31 dicembre 2010
Hennè: come tingersi i capelli naturalmente con la Lawsonia inermis
I miei capelli si stanno hennando, al momento... D’inverno non è molto pratico, visto che il composto si raffredda e devi scaldarti la testa col phon ogni quarto d’ora, e dopo devi spataccarla dall’ammasso, però se proprio ci si vuole tingere i capelli, almeno lo si fa curandoli e senza danneggiarli!
Ecco qui due link dove se ne parla in maniera esauriente, però l’uno contiene elementi contraddittori con l’altro O_o
Sai cosa ti spalmi? Forum
Al femminile Forum
Mi piacerebbe approfondire sull’argomento, con i miei studi, per capire qual'è in realtà il modo migliore e più efficace per prepararlo e tenerlo in posa (qui entra in ballo la chimica -_-"), ma per adesso non ne ho le competenze sufficienti (devo darmi una mossa con quella dannata chimica...!).
In breve: è una polverina verde derivata da una pianta (la Lawsonia inermis) che si acquista a peso in erboristeria, ha un odore di tè e va miscelata con aceto o altre sostanze acide, divenendo cremosa; va quindi spalmata sui capelli ciocca a ciocca utilizzando guanti e mantellina, poi la testa ‘spalmata’ va impacchettata con una busta in modo da non seminare briciole verdastre in giro e tenuto in testa per un paio d’ore o più. Infine va risciacquato prima in una bacinella (si riempirà di fanghiglia) e, dopo, normalmente nel lavello utilizzando parecchio balsamo.
Al contrario delle tinture in commercio, non danneggia i capelli, bensì li cura. Motivo che mi basta e m’avanza per preferirlo alle tinte (che, credo, non farò mai).
Ecco qui due link dove se ne parla in maniera esauriente, però l’uno contiene elementi contraddittori con l’altro O_o
Sai cosa ti spalmi? Forum
Al femminile Forum
Mi piacerebbe approfondire sull’argomento, con i miei studi, per capire qual'è in realtà il modo migliore e più efficace per prepararlo e tenerlo in posa (qui entra in ballo la chimica -_-"), ma per adesso non ne ho le competenze sufficienti (devo darmi una mossa con quella dannata chimica...!).
In breve: è una polverina verde derivata da una pianta (la Lawsonia inermis) che si acquista a peso in erboristeria, ha un odore di tè e va miscelata con aceto o altre sostanze acide, divenendo cremosa; va quindi spalmata sui capelli ciocca a ciocca utilizzando guanti e mantellina, poi la testa ‘spalmata’ va impacchettata con una busta in modo da non seminare briciole verdastre in giro e tenuto in testa per un paio d’ore o più. Infine va risciacquato prima in una bacinella (si riempirà di fanghiglia) e, dopo, normalmente nel lavello utilizzando parecchio balsamo.
Al contrario delle tinture in commercio, non danneggia i capelli, bensì li cura. Motivo che mi basta e m’avanza per preferirlo alle tinte (che, credo, non farò mai).
martedì 2 novembre 2010
Il viandante sul mare di nebbia
Frequentavo l'ultimo anno di liceo quando ho acquistato, assieme ad altri, un fascicolo su Friedrich, che però risulta essere fra tutti il più consultato, al punto che perde le pagine.
Ho scartato la strada artistica, ho fallito nella strada letteraria, e sono finita nel percorso di studio che più mi avvicina al mio interesse per la natura e la vita: le scienze biologiche. Ma una vena che rifiuta la razionalità e la logica degli aspetti scientifici è sempre lì da qualche parte e oggi, chissà come e chissà da dove - forse per il clima novembrino e per l'aumentare delle ore di buio - mi ha fatto ripensare a quel fascicolo e all'atmosfera dei paesaggi nordici in esso rappresentati e descritti.
"Gli occhi ingenui e severi profondamente cerchiati, [...] solitario per inettitudine al compromesso sociale e per vocazione." Così Eva Di Stefano, l'autrice del fascicolo, descrive l'uomo Caspar David Friedrich: una descrizione che inevitabilmente ha avuto un certo ascendente su di me. Gli elementi ricorrenti nella sua pittura sono rovine, tombe, orizzonti, chiari di luna, tramonti con figure (generalmente centrali al quadro) che vi si stagliano in controluce, croci su alture o nella neve, cattedrali immerse nella nebbia affiancate da abeti che ne richiamano la tensione verso il cielo "nell'analogia tra guglie di pietra e cime verdi" (scrive la Di Stefano), rocce, riserve naturali, alberi dai tronchi e dai rami contorti, velieri che simboleggiano l'anelito verso l'Altrove... tutti temi che hanno caratterizzato la pittura del Romanticismo tedesco.
C'è finanche un paesaggio italiano, l'unico nella sua produzione, il Tempio di Giunone ad Agrigento (1830), in realtà mai veduto da Friedrich in persona ma ricostruito, immaginandolo e facendolo proprio, visualizzando un'incisione di F.Hegi.
Sempre dall'opuscolo della Di Stefano apprendo che, nei suoi primi studi artistici all'Accademia di Copenaghen, Friedrich fu influenzato nel suo universo figurativo da Albigaard, cultore di saghe nordiche. Ma se i suoi paesaggi hanno quella carica emotiva che a tratti piomba nell'angoscia è dovuto anche al nòcciolo della sua personalità: Von Schubert, suo amico, racconta delle tendenze suicide che Friedrich dimostra "ogni qualvolta torna in visita a Greifswald, arrampicandosi sulle creste aguzze tra la furia degli elementi e lasciandosi bagnare dalla pioggia e dalla schiuma dei marosi come qualcuno che volesse volontariamente cercare la sua tomba nei flutti". Del resto lo stesso Friedrich, quando interrogato sul perchè della frequenza del tema della morte, della caducità e del sepolcro nei suoi dipinti, ha affermato: "Per vivere eternamente, spesso ci si deve arrendere alla morte", dichiarazione dell'immortalità attraverso l'arte per antonomasia, e citazione degna della più svilente diffondibilità (più semplicemente, intendo dire: tipica frase che si può trovare come descrizione nel profilo su Facebook di qualcuno... come accade a molte frasi di Jim Morrison, insomma).
Tra i miei preferiti dell'opera 'Friedrichana', oltre al notissimo Viandante sul mare di nebbia (1818) - emblema del Romanticismo su tutti i libri di letteratura e storia dell'arte - a cui associo simbolicamente il pittore stesso nel suo rapporto con la vita, e Uomo e donna che contemplano la luna (1824), azzeccatissima scelta per la copertina dell'edizione Universale Economica Feltinelli de "I dolori del giovane Werther", degni di nota anche:
innanzitutto, il minimale Monaco in riva al mare (1808-1809) e l'inquietante Mare di ghiaccio (1824), che un po' si discostano dalle linee tipiche della pittura di Friedrich e caratteristici proprio per questo;
a seguire, secondo gusti del tutto personali e al di là di ogni valutazione artistica competente (ho prediletto alcuni dei meno conosciuti a scapito di altri più facilmente ritrovabili "in giro"):
Campagna al mattino (1822), che definirei un quadro fiero, con un grande albero nodoso ed asimmetrico al centro, sotto di esso minuscole pecore a sottolinearne la maestosità, nell'erba verde alcune tonalità più calde in contrasto col freddo azzurro delle montagne in lontananza;
La grande riserva (1835) , con "l'impressionante nitidezza visiva dell'acquitrino in primo piano [...] e il riflesso del cielo sull'acqua, luminoso come una promessa" (Eva Di Stefano), un paesaggio a cui ho pensato ascoltando Impressioni di Settembre (PFM) , ed evidentemente non sono l'unica a cui viene spontanea questa associazione, a giudicare dalle atmosfere del video dei Marlene Kuntz ;
Lo chasseur nel bosco (1814), per quel senso di perdizione di fronte all'immensità ed intricatezza della Natura;
Riva del mare nella luce della luna (1835-1836), dulcis in fundo, collocato non a caso alla fine del fascicolo - di cui allego una scansione direttamente dal suddetto (peccato per la riga di rilegatura) - poichè rappresenta il tramonto dell'uomo e del pittore Friedrich, che nel giugno del '35 afferma di non aver più speranza di rimettersi dalla paralisi.
Tanto mi ha colpito questo dipinto - che sul fascicolo si estende in larghezza lungo le due pagine conclusive - che gli ho dedicato quattro pagine di analisi (che non vi ripropongo in questa sede, dove già son stata prolissa*), analisi condita di impressioni personali che ai tempi del liceo ho sottoposto al parere dell'allora mia professoressa non di Storia dell'Arte, bensì di Italiano, la quale dimostrava ben più interesse per la materia rispetto alla docente che ne deteneva la cattedra (se volete, datemi della lecchina, ma a quest'ora non avrei dedicato un intervento a Friedrich se fossi stata mossa esclusivamente dal desiderio di farmi notare dalla prof). A quell'altra rivolgo i miei più sentiti ringraziamenti per non avermi insegnato un emerito della Storia dell'Arte!
Concludo con un link a un altro blog che parla di Friedrich, approfondendo sulla filosofia contenuta nella sua arte: Perchè non possiamo non dirci filosofi.
*EDIT: In seguito, fra le scartoffie del liceo, ho ritrovato la mia analisi di Riva del mare nella luce della luna e l'ho riportata; la trovate al link (basta cliccare sul titolo dell'opera).
Ho scartato la strada artistica, ho fallito nella strada letteraria, e sono finita nel percorso di studio che più mi avvicina al mio interesse per la natura e la vita: le scienze biologiche. Ma una vena che rifiuta la razionalità e la logica degli aspetti scientifici è sempre lì da qualche parte e oggi, chissà come e chissà da dove - forse per il clima novembrino e per l'aumentare delle ore di buio - mi ha fatto ripensare a quel fascicolo e all'atmosfera dei paesaggi nordici in esso rappresentati e descritti.
"Gli occhi ingenui e severi profondamente cerchiati, [...] solitario per inettitudine al compromesso sociale e per vocazione." Così Eva Di Stefano, l'autrice del fascicolo, descrive l'uomo Caspar David Friedrich: una descrizione che inevitabilmente ha avuto un certo ascendente su di me. Gli elementi ricorrenti nella sua pittura sono rovine, tombe, orizzonti, chiari di luna, tramonti con figure (generalmente centrali al quadro) che vi si stagliano in controluce, croci su alture o nella neve, cattedrali immerse nella nebbia affiancate da abeti che ne richiamano la tensione verso il cielo "nell'analogia tra guglie di pietra e cime verdi" (scrive la Di Stefano), rocce, riserve naturali, alberi dai tronchi e dai rami contorti, velieri che simboleggiano l'anelito verso l'Altrove... tutti temi che hanno caratterizzato la pittura del Romanticismo tedesco.
| Tempio di Giunone ad Agrigento (1830) |
Sempre dall'opuscolo della Di Stefano apprendo che, nei suoi primi studi artistici all'Accademia di Copenaghen, Friedrich fu influenzato nel suo universo figurativo da Albigaard, cultore di saghe nordiche. Ma se i suoi paesaggi hanno quella carica emotiva che a tratti piomba nell'angoscia è dovuto anche al nòcciolo della sua personalità: Von Schubert, suo amico, racconta delle tendenze suicide che Friedrich dimostra "ogni qualvolta torna in visita a Greifswald, arrampicandosi sulle creste aguzze tra la furia degli elementi e lasciandosi bagnare dalla pioggia e dalla schiuma dei marosi come qualcuno che volesse volontariamente cercare la sua tomba nei flutti". Del resto lo stesso Friedrich, quando interrogato sul perchè della frequenza del tema della morte, della caducità e del sepolcro nei suoi dipinti, ha affermato: "Per vivere eternamente, spesso ci si deve arrendere alla morte", dichiarazione dell'immortalità attraverso l'arte per antonomasia, e citazione degna della più svilente diffondibilità (più semplicemente, intendo dire: tipica frase che si può trovare come descrizione nel profilo su Facebook di qualcuno... come accade a molte frasi di Jim Morrison, insomma).
Tra i miei preferiti dell'opera 'Friedrichana', oltre al notissimo Viandante sul mare di nebbia (1818) - emblema del Romanticismo su tutti i libri di letteratura e storia dell'arte - a cui associo simbolicamente il pittore stesso nel suo rapporto con la vita, e Uomo e donna che contemplano la luna (1824), azzeccatissima scelta per la copertina dell'edizione Universale Economica Feltinelli de "I dolori del giovane Werther", degni di nota anche:
innanzitutto, il minimale Monaco in riva al mare (1808-1809) e l'inquietante Mare di ghiaccio (1824), che un po' si discostano dalle linee tipiche della pittura di Friedrich e caratteristici proprio per questo;
a seguire, secondo gusti del tutto personali e al di là di ogni valutazione artistica competente (ho prediletto alcuni dei meno conosciuti a scapito di altri più facilmente ritrovabili "in giro"):
Campagna al mattino (1822), che definirei un quadro fiero, con un grande albero nodoso ed asimmetrico al centro, sotto di esso minuscole pecore a sottolinearne la maestosità, nell'erba verde alcune tonalità più calde in contrasto col freddo azzurro delle montagne in lontananza;
La grande riserva (1835) , con "l'impressionante nitidezza visiva dell'acquitrino in primo piano [...] e il riflesso del cielo sull'acqua, luminoso come una promessa" (Eva Di Stefano), un paesaggio a cui ho pensato ascoltando Impressioni di Settembre (PFM) , ed evidentemente non sono l'unica a cui viene spontanea questa associazione, a giudicare dalle atmosfere del video dei Marlene Kuntz ;
Lo chasseur nel bosco (1814), per quel senso di perdizione di fronte all'immensità ed intricatezza della Natura;
Riva del mare nella luce della luna (1835-1836), dulcis in fundo, collocato non a caso alla fine del fascicolo - di cui allego una scansione direttamente dal suddetto (peccato per la riga di rilegatura) - poichè rappresenta il tramonto dell'uomo e del pittore Friedrich, che nel giugno del '35 afferma di non aver più speranza di rimettersi dalla paralisi.
![]() |
| Riva del mare nella luce della luna (1835-1836) [clicca sul titolo per ingrandire] |
Concludo con un link a un altro blog che parla di Friedrich, approfondendo sulla filosofia contenuta nella sua arte: Perchè non possiamo non dirci filosofi.
*EDIT: In seguito, fra le scartoffie del liceo, ho ritrovato la mia analisi di Riva del mare nella luce della luna e l'ho riportata; la trovate al link (basta cliccare sul titolo dell'opera).
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