«"Giudicate voi stesso: Fedosej Petrovič ha otto ragazze e soltanto un maschio di pochi anni. Se muore oggi, rimane soltanto una misera pensioncina. E quelle otto ragazze, no, giudicate voi, giudicate: anche solo comprare le scarpe ad ognuna di loro, che somma ne viene fuori! Delle otto ragazze, cinque sono già da marito, la maggiore ha ventiquattro anni (una ragazza incantevole, come vedrete voi stesso!) e la sesta ne ha quindici, va ancora al ginnasio. Così per le cinque maggiori bisogna trovare un partito, il che, possibilmente, va fatto al più presto, quindi il padre le deve portare in società... quanto costa tutto ciò, lo domando a voi? E all'improvviso mi faccio avanti io, sono il primo candidato in casa loro, mi conoscono con cognizione di causa, cioè nel senso che ho effettivamente una sostanza. Ed ecco tutto."
Pavel Pavlovič aveva parlato con trasporto.
- Avete chiesto la mano della maggiore?
- N-no, ...non della maggiore; ho chiesto la mano della sesta, di quella che ancora studia al ginnasio.
- Come? - sorrise involontariamente Vel'čaninov, - ma se avete detto che ha quindici anni!
[...]
La sensazione disgustosa e ostile era tornata in lui dopo il momentaneo divertimento provato nel sentire le chiacchiere di Pavel Pavlovič sulla fidanzata.»
("L'eterno marito", Fëdor Dostoevskij, ed. L'Unità - Einaudi, pp.102-103)
venerdì 2 novembre 2012
venerdì 19 ottobre 2012
Il vagabondo delle stelle
Questa è una mia vecchia recensione del marzo '08, su di un libro che mi fu prestato, mi colpì molto e che io stessa avrei voglia di rileggere. È stata scritta subito dopo la lettura del libro, ma l'ho modificata con alcune considerazioni recenti.
Avevo appena finito di leggere "Il vagabondo delle stelle" di Jack London. Libro singolare, lo capii non appena cominciai a leggerlo.
Il detenuto Darrel Standing, ex professore di agraria, ci racconta di come è finito in carcere e come, con la sua fermezza di spirito, si sia attirato le antipatie del direttore del carcere e poi come sia finito in cella di isolamento a causa della studiata viltà di un altro detenuto. Qui la situazione sprofonderà e dovrà più volte subire la camicia di forza. Ma riesce a sopravvivere alle atroci sofferenze che questa comporta, e perfino in quest’ambiente disumano i valori umani esistono ancora, anzi, ben più forti che di solito (amicizia con Ed Morrel e Jack Oppenheimer). Nella camicia di forza impara ad attuare la "piccola morte", ovvero una morte indotta e temporanea che gli permette di viaggiare nel ricordo delle sue vite precedenti (il che ricorda molto le religioni orientali). Quindi a una lunga carrellata di narrazione delle vicende in queste precedenti vite si alternano brevi capitoli sulla situazione attuale nel carcere di San Quentin: i viaggi spirituali gli permettono di affrontare col sorriso sulle labbra questa situazione atroce, risultando ben più forte dei suoi aguzzini.
In ogni storia di vita precedente si toccano tanti tasti e si sottolineano tanti aspetti del comportamento umano, ripercorrendo un percorso storico che va dalle popolazioni nomadi alle civiltà orientali, dalle migrazioni americane alla Francia settecentesca. Tutto ciò conferisce al lettore un senso di eternità, eternità che Darrel (lui per tutti gli altri "io" in lui precedentemente esistiti) attribuisce alla donna, da lui lodata come senso dell'intera esistenza dell'uomo e come colei che racchiude il mistero della nuova vita. L'uomo deve la sua eternità fisica alla donna, insieme compagni di una vita terrena, e la sua eternità spirituale allo 'spirito' stesso, che l'uomo non può ammazzare.
Metto 'spirito' fra virgolette perché, a distanza di anni dalla lettura di questo libro, mi domando se questo 'spirito eterno' non sia ascrivibile alla nostra eredità e memoria genetica (rifacendomi all'idea proposta da Anne Ancelin Schützenberger nel libro "La sindrome degli antenati", di prossima lettura).Davvero forte lo spirito di Darrel, personaggio unico più che singolare, essere pensante e spirituale oltre che meat puppet (marionetta di carne), che ci fa capire quanto sia potente la mente umana.
Libro che scaturisce spunti per un’infinità di riflessioni e che si rivela affatto banale, nonostante il difficile ed elevato argomento trattato (ma Jack London è una garanzia) che potrebbe suggerire un eventuale scadimento in ciò.
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martedì 16 ottobre 2012
L'abitudine di dire cose che non sono vere
Prima di procedere con il brano ci tengo a specificare, per chi non avesse letto I viaggi di Gulliver (ed è infatti a costoro che la citazione è dedicata, poichè è intesa come un assaggio che intende invogliare alla lettura), che con yahoo si intende la popolazione umana e con houyhnhnm s'intende una popolazione di cavalli vivente su una delle isole nominate nel libro, che il protagonista si trova a visitare.
"Gli feci dunque una breve relazione dei miei viaggi, dell'ammutinamento che mi aveva costretto a scendere in una terra sconosciuta e del periodo passato in quel luogo. Ma tutto questo gli sembrò un sogno, una visione e non un racconto, ed io me la presi a male; infatti avevo ormai perso l'abitudine di dire bugie, tipica dei paesi governati dagli yahoo, i quali sospettano sempre che quanto dicono gli altri non sia vero affatto. Allora gli chiesi se nel suo paese c'era l'abitudine di dire cose che non sono vere. Poi gli assicurai che avevo ormai dimenticato cosa volesse dire falsità e che se fossi vissuto mille anni fra gli houyhnhnm non avrei sentito una bugia che è una bugia, sulle labbra del più umile dei servitori. Gli dissi ancora che non mi importava affatto se lui mi credeva o meno e che comunque, in cambio della sua cortesia, avrei avuto indulgenza della sua natura di creatura corrotta e avrei risposto a tutte le sue obiezioni, finchè avesse scoperto la verità. Il capitano era una persona saggia e più volte cercò in tutti i modi di cogliermi in contraddizione durante il racconto, ma alla fine cominciò a farsi un'opinione migliore della mia sincerità; tuttavia mi disse che, visto il mio attaccamento tenace alla verità, dovevo dargli la mia parola d'onore che durante il viaggio non avrei fatto sciocchezze; altrimenti era costretto a tenermi prigioniero fino a Lisbona. Glielo promisi, anche se gli dichiarai nel contempo che avrei preferito affrontare una vita di stenti, piuttosto che tornare a vivere fra gli yahoo."
("I viaggi di Gulliver", Jonathan Swift, ed. Garzanti, p.273-274)
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L'eterno amante
"Dopo cinque anni conservava ancora sempre la medesima convinzione. Ma dopo cinque anni lo confessava già a sè stesso con sdegno, e a «quella donna» ripensava perfino con odio. Si vergognava dell'anno trascorso a T.; non riusciva a capire neppure la possibilità d'una simile «sciocca» passione in lui, Vel'čaninov! Tutti i ricordi di quella passione si trasformavano per lui in obbrobrio; ne arrossiva fino alle lacrime e si tormentava di rimorsi. A dire il vero, trascorso qualche anno era già riuscito a calmarsi un poco; si era sforzato di dimenticare tutto questo e c'era quasi riuscito. E ora, a un tratto, dopo nove anni, tutto di nuovo tornava a destarsi dinanzi a lui, in modo così fulmineo e così strano, dopo la notizia della morte di Natalia Vasil'evna."
("L'eterno marito", Fëdor Dostoevskij, ed. L'Unità - Einaudi, p.36)
("L'eterno marito", Fëdor Dostoevskij, ed. L'Unità - Einaudi, p.36)
giovedì 16 agosto 2012
Problemi di capelli
Due curiose osservazioni sui capelli incontrate durante le mie letture, a opera di due autori completamente diversi fra loro per ambito culturale e anche per il periodo storico in cui hanno vissuto/vivono. Vediamo cosa dicono.
«"Non è forse la natura stessa a insegnarci che se un uomo porta i capelli lunghi, ciò è disonorevole per lui? Ma se una donna porta i capelli lunghi, ciò è una gloria per lei: infatti le sono stati dati i capelli per coprirsi. Tranne che per i ribelli, noi uomini non seguiamo tale costume [...]" (S.Paolo)
Che c'è di vergognoso nell'avere il capo rasato? [...]
Se S. Paolo avesse detto esplicitamente che gli piacevano i lunghi capelli delle donne, molte di noi gli avrebbero dato ragione e l'avrebbero stimato di più per averlo ammesso. [...]
L'argomentazione basata sulla natura a noi sembra che lasci un po' a desiderare. [...] E' evidente infatti che vi sono mescolati pregiudizi sessuali e personali. S. Paolo non era soltanto uno scapolo, [...] apparteneva al tipo d'uomo virile o dominante, così diffuso oggi* in Germania, per la cui gratificazione è indispensabile avere a disposizione una razza o un sesso sottomessi.»
(Da una nota dell'autrice stessa a "Le tre ghinee", Virginia Woolf, 1938, Universale Economica Feltrinelli)
*La Woolf scrive al tempo della diffusione del nazismo
------------------
"Per quanto riguarda il nostro corpo, pur avendo una superficie quasi del tutto nuda, nella regione della testa presentiamo una crescita di capelli lunghi e rigogliosi, adatti alla pulizia. Infatti noi vi dedichiamo molta cura, molto più di quello che richiederebbe l'igiene, per mezzo di pulitori specializzati, cioè barbieri e parrucchieri. Non è chiaro perché il fatto di pettinarsi reciprocamente non sia diventato parte delle nostre normali riunioni sociali domestiche. Per esempio, perché abbiamo sviluppato il discorso di pulizia* come sostituto particolare della tipica pulizia amichevole dei primati, mentre avremmo potuto tanto facilmente concentrare nella zona del capo i nostri tentativi originari di pulizia? Sembra che la soluzione stia nel significato sessuale dei capelli. L'acconciatura del capo, nella sua forma attuale, presenta differenze notevolissime tra i due sessi per cui rappresenta un carattere sessuale secondario.
La sua associazione con i caratteri sessuali l'ha portata a far parte delle manifestazioni del comportamento sessuale, cosicchè oggi il gesto di carezzare o di palpare i capelli è troppo carico di significato erotico perchè sia consentito come semplice gesto sociale di amicizia. Poichè in conseguenza esso è stato eliminato dalle riunioni comuni fra conoscenti, bisogna trovare un altro sfogo per questo impulso. Il bisogno di pulire può trovare uno sfogo nel pulire un sofà o un gatto, mentre la necessità di essere puliti richiede un ambiente particolare. Il salone da parrucchiere costituisce la risposta perfetta. Qui il cliente può soddisfare fino in fondo il suo bisogno di essere pulito, senza pericolo che qualche motivo sessuale affiori durante il procedimento. Ponendo i pulitori professionisti in una categoria a parte, completamente staccata dal gruppo tribale dei conoscenti, si elimina qualunque pericolo."
(p.223, 224, Desmond Morris, "La scimmia nuda (Studio zoologico sull'animale uomo)",1967, Tascabili Bompiani)
*Morris definisce 'discorso di pulizia (o di contatto)' le "chiacchiere gentili e prive di significato degli incontri sociali, [...] la cui funzione consiste nell'avvalorare il sorriso di saluto e mantenere la solidarietà sociale", come sostituto della "pulizia sociale" effettuata dagli altri primati (come ad esempio le scimmie), ovvero lo 'spulciarsi' a vicenda.
«"Non è forse la natura stessa a insegnarci che se un uomo porta i capelli lunghi, ciò è disonorevole per lui? Ma se una donna porta i capelli lunghi, ciò è una gloria per lei: infatti le sono stati dati i capelli per coprirsi. Tranne che per i ribelli, noi uomini non seguiamo tale costume [...]" (S.Paolo)
Che c'è di vergognoso nell'avere il capo rasato? [...]
Se S. Paolo avesse detto esplicitamente che gli piacevano i lunghi capelli delle donne, molte di noi gli avrebbero dato ragione e l'avrebbero stimato di più per averlo ammesso. [...]
L'argomentazione basata sulla natura a noi sembra che lasci un po' a desiderare. [...] E' evidente infatti che vi sono mescolati pregiudizi sessuali e personali. S. Paolo non era soltanto uno scapolo, [...] apparteneva al tipo d'uomo virile o dominante, così diffuso oggi* in Germania, per la cui gratificazione è indispensabile avere a disposizione una razza o un sesso sottomessi.»
(Da una nota dell'autrice stessa a "Le tre ghinee", Virginia Woolf, 1938, Universale Economica Feltrinelli)
*La Woolf scrive al tempo della diffusione del nazismo
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"Per quanto riguarda il nostro corpo, pur avendo una superficie quasi del tutto nuda, nella regione della testa presentiamo una crescita di capelli lunghi e rigogliosi, adatti alla pulizia. Infatti noi vi dedichiamo molta cura, molto più di quello che richiederebbe l'igiene, per mezzo di pulitori specializzati, cioè barbieri e parrucchieri. Non è chiaro perché il fatto di pettinarsi reciprocamente non sia diventato parte delle nostre normali riunioni sociali domestiche. Per esempio, perché abbiamo sviluppato il discorso di pulizia* come sostituto particolare della tipica pulizia amichevole dei primati, mentre avremmo potuto tanto facilmente concentrare nella zona del capo i nostri tentativi originari di pulizia? Sembra che la soluzione stia nel significato sessuale dei capelli. L'acconciatura del capo, nella sua forma attuale, presenta differenze notevolissime tra i due sessi per cui rappresenta un carattere sessuale secondario.
La sua associazione con i caratteri sessuali l'ha portata a far parte delle manifestazioni del comportamento sessuale, cosicchè oggi il gesto di carezzare o di palpare i capelli è troppo carico di significato erotico perchè sia consentito come semplice gesto sociale di amicizia. Poichè in conseguenza esso è stato eliminato dalle riunioni comuni fra conoscenti, bisogna trovare un altro sfogo per questo impulso. Il bisogno di pulire può trovare uno sfogo nel pulire un sofà o un gatto, mentre la necessità di essere puliti richiede un ambiente particolare. Il salone da parrucchiere costituisce la risposta perfetta. Qui il cliente può soddisfare fino in fondo il suo bisogno di essere pulito, senza pericolo che qualche motivo sessuale affiori durante il procedimento. Ponendo i pulitori professionisti in una categoria a parte, completamente staccata dal gruppo tribale dei conoscenti, si elimina qualunque pericolo."
(p.223, 224, Desmond Morris, "La scimmia nuda (Studio zoologico sull'animale uomo)",1967, Tascabili Bompiani)
*Morris definisce 'discorso di pulizia (o di contatto)' le "chiacchiere gentili e prive di significato degli incontri sociali, [...] la cui funzione consiste nell'avvalorare il sorriso di saluto e mantenere la solidarietà sociale", come sostituto della "pulizia sociale" effettuata dagli altri primati (come ad esempio le scimmie), ovvero lo 'spulciarsi' a vicenda.
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lunedì 28 maggio 2012
Principe Myskin colpisce ancora: ultime battute
Ripubblico un brano proveniente dalle ultime vicende de "L'idiota" di F. Dostoevskij che ho accidentalmente cancellato.
"Tutti tornavano in salotto dove, però, c'era un'altra sorpresa che li attendeva.
Aglaja, non solo non stava ridendo ma parlava al principe con una certa timidezza.
<<Perdonatemi. Perdonate una ragazza sciocca, cattiva e viziata (gli teneva la mano mentre glielo diceva), e state pur tranquillo che tutti noi vi stimiamo immensamente. Se io ho osato approfittare della vostra... ingenuità, siate buono e perdonatemi di aver insistito tanto sopra una sciocchezza che, alla fine, non potrà avere la minima conseguenza>>, concluse Aglaja, sottolineando le ultime parole.
Tutti furono colpiti dalla frase "una sciocchezza che, alla fine, non potrà avere la minima conseguenza" ma, in particolare, il padre, la madre e le sorelle furono colpiti dalla serietà che aveva Aglaja mentre la pronunciava. Tutti s'interrogavano con lo sguardo; il principe non aveva fatto caso a quelle parole e sembrava al colmo della felicità.
<<Perchè parlate così>>, balbettò, <<perchè dovreste cheidermi perdono?>>.
Il principe avrebbe anche voluto aggiungere che lui non meritava che gli si chiedesse perdono. Era difficile dire se avesse capito che Aglaja stava parlando di "una sciocchezza" perchè, strano com'era, forse aveva capito benissimo e si rallegrava proprio per questo. Per lui, il solo fatto di poter fare visita ad Aglaja, intrattenersi con lei, passeggiare insieme, rappresentava il massimo della felicità... e chissà! Magari si sarebbe accontentato solo di questo per tutta la vita!" (pp.400-401)
"Tutti tornavano in salotto dove, però, c'era un'altra sorpresa che li attendeva.
Aglaja, non solo non stava ridendo ma parlava al principe con una certa timidezza.
<<Perdonatemi. Perdonate una ragazza sciocca, cattiva e viziata (gli teneva la mano mentre glielo diceva), e state pur tranquillo che tutti noi vi stimiamo immensamente. Se io ho osato approfittare della vostra... ingenuità, siate buono e perdonatemi di aver insistito tanto sopra una sciocchezza che, alla fine, non potrà avere la minima conseguenza>>, concluse Aglaja, sottolineando le ultime parole.
Tutti furono colpiti dalla frase "una sciocchezza che, alla fine, non potrà avere la minima conseguenza" ma, in particolare, il padre, la madre e le sorelle furono colpiti dalla serietà che aveva Aglaja mentre la pronunciava. Tutti s'interrogavano con lo sguardo; il principe non aveva fatto caso a quelle parole e sembrava al colmo della felicità.
<<Perchè parlate così>>, balbettò, <<perchè dovreste cheidermi perdono?>>.
Il principe avrebbe anche voluto aggiungere che lui non meritava che gli si chiedesse perdono. Era difficile dire se avesse capito che Aglaja stava parlando di "una sciocchezza" perchè, strano com'era, forse aveva capito benissimo e si rallegrava proprio per questo. Per lui, il solo fatto di poter fare visita ad Aglaja, intrattenersi con lei, passeggiare insieme, rappresentava il massimo della felicità... e chissà! Magari si sarebbe accontentato solo di questo per tutta la vita!" (pp.400-401)
mercoledì 16 maggio 2012
Un caso pietoso
Aveva una strana abitudine autobiografica che gli faceva comporre di volta in volta nella sua mente una breve frase su sè stesso, col soggetto in terza persona e il verbo al passato remoto. [...] Cenava in una trattoria in George's Street dove si sentiva al sicuro dalla gioventù dorata di Dublino e dove c'era una certa genuinità nella lista del cibo. Le sue serate le passava o davanti al piano della sua padrona di casa o vagando per i sobborghi della citta. La sua passione per la musica di Mozart a volte lo portava all'opera o a un concerto queste erano le uniche dissipatezze della sua vita. Non aveva nè compagni nè amici, nè chiesa nè credo. [...]
Una sera si ritrovò seduto vicino a due signore nella Rotonda. La sala, con poche persone e silenziosa, faceva prevedere un desolante fiasco. La signora che sedeva più vicino a lui guardò un paio di volte la sala deserta e poi disse:
- Che peccato che ci sia così poca gente nella sala stasera. E' tanto brutto cantare davanti a delle poltrone vuote.
Lui raccolse l'osservazione come un invito a parlare. Fu sorpreso nel notare come lei fosse tanto disinvolta. Mentre parlavano lui cercò di fissarla nella memoria. [...] Il suo viso, che doveva essere stato bello, aveva ancora un'aria intelligente. [...]
Poichè suo marito era spesso fuori per lavoro e sua figlia fuori per dare lezioni di musica, Mr Duffy aveva molte occasioni per godere della compagnia della signora. Nè lui nè lei avevano avuto avventure simili in precedenza e neanche ci trovavano qualcosa di sconveniente. A poco a poco lui intrecciò i propri pensieri con quelli di lei. Lui le prestava libri, le dava delle idee, divideva la vita intellettuale con lei. Lei ascoltava tutto. Qualche volta in cambio delle sue idee lei gli dava qualche episodio della propria vita. Quasi con sollecitudine materna lei lo spingeva ad aprire appieno la sua natura: lei divenne il suo confessore. [...]
Lei gli chiese perchè non scrivesse i suoi pensieri. Per che cosa? le chiese, con sprezzo cortese. Per competere con quei mangiaparole, che non erano capaci di pensare consecutivamente per sessanta secondi? Per sottomettersi alla critica di un'ottusa borghesia che affidava la sua moralità ai poliziotti e la sua arte agli impresari?
Lui andava spesso al villino di lei fuori Dublino; spesso passavano la serata da soli. A poco a poco, mentre i loro pensieri si univano, parlavano di argomenti meno remoti. La compagnia di lei era come terra calda per una pianta esotica. Molte volte lei si tratteneva dall'accendere la lampada, e lasciava che il buio li circondasse. La scura stanza discreta, la loro solitudine, la musica che ancora vibrava nelle loro orecchie li univa. Questa unione lo esaltava, gli smussava i profili affilati del suo carattere, eccitava la sua vita mentale. Qualche volta si sorprendeva ad ascoltare il suono della sua stessa voce. Lui non pensava che agli occhi di lei, aveva raggiunto una sfera angelica; e, mentre legava a sè sempre più strettamente la natura fervida della sua compagna, sentiva la strana voce impersonale che riconosceva come sua, e che insisteva sull'incurabile solitudine dell'anima. Non possiamo darci agli altri, diceva; siamo solo nostri.
Una sera la chiusa di uno di questi discorsi fu che Mrs Sinico, che aveva mostrato i segni di un'insolita eccitazione, prese la mano di lui appassionatamente e la premette sulla sua guancia. Mr Duffy fu molto sorpreso. Lei aveva interpretato le sue parole in un modo che lo aveva disilluso. [...]
Passarono quattro anni. Mr Duffy tornò alla sua piatta vita. Una delle sue frasi, scritta due mesi dopo il suo ultimo incontro con Mrs Sinico, diceva: "L'amore tra uomo e uomo è impossibile perchè non può esserci rapporto sessuale, e l'amicizia tra uomo e donna è impossibile perchè non può esserci un raporto sessuale". Si tenne lontano dai concerti per non incontrarla. [...]
Inveì contro la rettitudine della sua vita; sentì che era stato escluso dal banchetto della vita. Un essere umano sembrava averlo amato e lui gli aveva negato la vita e la felicità: l'aveva condannata all'ignominia, ad una morte vergognosa. [...]
Non la sentiva più vicino a lui nè sentiva la sua voce sfiorargli l'orecchio. Aspettò per qualche minuto. Non riusciva a sentire niente: la notte era perfettamente silenziosa. Ascoltò ancora: perfettamente silenziosa. Sentì di essere solo.
~James Joyce, "Un caso pietoso" (da "Gente di Dublino")
venerdì 4 maggio 2012
Un lupo della steppa
"Non deve però stupirci che un uomo così istruito e intelligente come Harry possa credersi un "lupo della steppa" e pensare che si possano accogliere le forme ricche e complicate della sua vita entro una formula così semplice, così brutale, così primitiva. L'uomo non possiede un'alta facoltà di pensiero e, per quanto sia intelligente e colto, vede continuamente il mondo e sè stesso, specie sè stesso, attraverso le lenti di formule molto ingenue, semplificanti e traditrici. Infatti, a quanto pare, tutti gli uomini hanno un bisogno innato e impellente di immaginare il proprio io come unità. Per quanto venga scossa anche gravemente, questa illusione si rimargina ogni volta." (Dissertazione, p. XVI)
"Mi misi accanto a quel giovane e ordinai un whisky. Mentre bevevo osservai il profilo del giovane che mi parve noto e delizioso come una visione di tempi molto lontani attraverso il velo di polvere del passato. E un baleno mi attraversò la mente: era Ermanno, il mio amico di infanzia.
"Ermanno!" esclamai timidamente.
Egli sorrise: "Harry? Mi hai trovata?"
Era Erminia con qualche ritocco alla pettinatura, solo leggermente truccata, e il suo viso intelligente, pallido e nobile mi guardava di sopra al colletto alla moda [...] " (p.148)
"Mi misi accanto a quel giovane e ordinai un whisky. Mentre bevevo osservai il profilo del giovane che mi parve noto e delizioso come una visione di tempi molto lontani attraverso il velo di polvere del passato. E un baleno mi attraversò la mente: era Ermanno, il mio amico di infanzia.
"Ermanno!" esclamai timidamente.
Egli sorrise: "Harry? Mi hai trovata?"
Era Erminia con qualche ritocco alla pettinatura, solo leggermente truccata, e il suo viso intelligente, pallido e nobile mi guardava di sopra al colletto alla moda [...] " (p.148)
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giovedì 5 aprile 2012
Sommario, indice, menù
Dopo aver deciso di creare un sommario per riordinare e rendere più fruibili i contenuti, ho anche deciso di rendere il blog una raccolta delle mie letture, come spunto per chi volesse consigli e per esprimere tramite la citazione di brani il mio gradimento per esse. Spero sia utile a voi che passando leggete, così come per me è un modo di esprimermi.
Arte:
Arte:
- Il viandante sul mare di nebbia (a proposito di C.D. Friedrich)
- Riva del mare nella luce della luna (a proposito di C.D. Friedrich)
Letteratura:
- Sergej Esenin: svegliare la sensazione della poesia (da "Serghej A. Esenin L'estremo cantore dell'antica Russia di fronte alla rivoluzione" di Giovanni Arpino)
- Scrivo, lei ha scritto (da "La casa degli spiriti", Isabel Allende)
- L'invenzione del matrimonio (da "Orlando", Virginia Woolf)
- Paesaggio notturno prima di un'esecuzione (da "I tre moschettieri", Alexandre Dumas)
- Emancipazione di Carmen Morales (da "Il piano infinito", Isabel Allende)
- Indietro nel tempo (da "Un giorno questo dolore ti sarà utile", Peter Cameron)
- Quant'è bella giovinezza? (da "I miei martedì col professore", Mitch Albom)
- Il nonsenso della vita (da "La chimera" di S. Vassalli)
- Donna nell'Ottocento russo (da "Il sosia" di F. Dostoevskij, dalla raccolta "Racconti e romanzi brevi")
- L'incubo di Goljadkin (da "Il sosia" di F. Dostoevskij, dalla raccolta "Racconti e romanzi brevi")
- Contestualizzazione (da "Il sosia" di F. Dostoevskij, dalla raccolta "Racconti e romanzi brevi")
- Una strada a sé (da "Il sosia" di F. Dostoevskij, dalla raccolta "Racconti e romanzi brevi")
- Vivere nella propria testa (dall'introduzione ai "Racconti e romanzi brevi" di Dostoevskij a cura di M.B. Luporini e "Approccio integrato alla fisiologia umana" di D.U. Silverthorn)
- Il vagabondo delle stelle (a proposito de "Il vagabondo delle stelle" di J. London)
- L'abitudine di dire cose che non sono vere (da "I viaggi di Gulliver" di J. Swift)
- Lo studente Pokrovsky (da "Povera gente" di F. Dostoevskij)
- Pavlovič il disgustoso (da "L'eterno marito" di F. Dostoevskij)
- L'eterno amante (da "L'eterno marito" di F. Dostoevskij)
- Problemi di capelli (da "Le tre ghinee" di V. Woolf e "La scimmia nuda" di D. Morris)
- Un caso pietoso (da "Gente di Dublino" di J. Joyce)
- Un lupo della steppa (da "Il lupo della steppa" di H. Hesse)
- Principe Myskin: ultime battute (da "L'idiota" di F. Dostoevskij)
- La dichiarazione dell'idiota (da "L'idiota" di F. Dostoevskij)
- Mi credono idiota ma... (da "L'idiota" di F. Dostoevskij)
- Il falcone di Gengis Khan (da "Come il fiume che scorre" di P. Coelho)
- Holden Caulfield (a proposito de "Il giovane Holden" di J.D. Salinger)
domenica 20 novembre 2011
Riva del mare nella luce della luna
Come dicevo in un altro post (Il viandante sul mare di nebbia), ho scritto quest'analisi ai tempi del liceo. Ricordavo male, però: non era l'analisi a esser lunga quattro pagine, bensì l'intero lavoro, comprendente anche un'introduzione sul Romanticismo e sull'opera di Friedrich pittore. Essendomi già abbondantemente soffermata sui temi della sua pittura ometterò questa parte, riportando esclusivamente un preambolo al periodo culturale in cui il Nostro era in attività (e l'analisi stessa).
Il Romanticismo fu un movimento che investì letteratura, arte, filosofia, musica, più in generale, il modo di pensare e la cultura a cavallo fra la fine del '700 e l'inizio dell'800; non ha nè collocazione ben definita nel tempo, nè caratteristiche che lo delimitino rigidamente, assume invece caratteristiche differenti a seconda della nazione che lo accoglie, a caratterizzarne il nazionalismo. Convive col Neoclassicismo, ed entrambi sono l'espressione della ricerca di un rifugio sicuro nel passato. Il Neoclassicismo però puntava sulla razionalità e l'equilibrio, rifugiandosi nella classicità, mentre il Romanticismo, al suo opposto, esaltava il sentimento, la natura, il misticismo, l'inseguimento delle passioni - quindi una mancanza di equilibrio - rifugiandosi in un passato più prossimo, quello del Medioevo, e rigettando la razionalità illuministica e la regola, percepite come una forzatura.
La fase, per dir così, 'fetale' del Romanticismo è stato il movimento tedesco dello Sturm und drang (tempesta ed impeto), dalla Germania fu poi portato in tutta Europa grazie ad August Schlegel e Madame De Stael. Nato dapprima come momento d'incontro fra amici, assumerà poi carattere formale attraverso l'elaborazione teorica delle sue caratteristiche (ovvero la "Preface to lyrical ballads" di W. Wordsworth) e la fondazione della rivista Athenaum. Attorno a questo fulcro ruoteranno personaggi importanti come i filosofi Fichte ed Hegel (i padri dell'Idealismo), il pittore Friedrich (del quale ci accingeremo a raccontare) e lo scrittore Goethe (che scriverà "I dolori del giovane Werther" proprio nell'anno in cui nasce Friedrich, e che successivamente conoscerà il pittore di persona).
Caspar David Friedrich nasce il 5 settembre del 1774 a Greifswald, un cittadina vicino al mare, le cui immagini resteranno per sempre nel bagaglio figurativo del pittore e che spesso troveremo nei suoi quadri, con l'orizzonte come simbolo di quella tensione verso l'altrove, verso l'infinito (streben, sehnsucht).
Il quadro che prendo in considerazione è uno dei più tetri, corrispondente all'ultimo periodo della sua vita, e sembra rappresentare i meandri dell'anima dell'artista: si tratta di Riva del mare nella luce della luna (1835-'36). I colori del quadro sono tendenzialmente scuri, freddi (prevalentemente nero e blu) e l'opera è di notevoli dimensioni (130x170 cm). L'impatto che si ottiene da questa visione conferisce un senso di malinconia. Possiamo sicuramente dire che sia profondamente suggestivo se consideriamo autobiograficamente il quadro: infatti in questo periodo "la sua malinconia sta virando in depressione, la riservatezza in misantropia" (Eva Di Stefano).
Questo quadro è collocato alla fine del fascicolo sul pittore curato da Eva Di Stefano, ed ha costituito il 'colpo di grazia' al mio gradimento dopo la successione dei suggestivi quadri - si può quindi dire che l'intento di Friedrich di colpire "altri esseri dall'esterno verso l'interno" (cit. Friedrich stesso) sia riuscito. "Riva del mare nella luce della luna" sul fascicolo occupa quasi due pagine (ne riporto qui la scansione, sulla quale si può purtroppo notare la riga verticale di rilegatura) ed è costituito da una netta divisione fra spiaggia e mare neri - quest'ultimo con qualche sfumatura di verde - e cielo blu cobalto-grigio, attraverso una sottile linea bianca, netta al centro e sfumata alle estremità, che rappresenta il riflesso della luce lunare sulla superficie acquea.Partendo dal basso, scorgiamo a malapena - con quel po' di luce che la luna, nascosta fra le nuvole lì alla sommità centrale del quadro, ci permette di vedere - una spiaggia scogliosa e irregolare, con alcune rocce che si protendono centralmente, sparpagliate, all'interno del mare che in questo punto è verde-bianco. Si scorgono anche un paio di barche ormeggiate sulla sinistra, e altre due in mare (delle quali si notano le vele), entrambe quasi alla stessa distanza alla riva, una a destra e una a sinistra del bacino verde del mare, a chiuderlo, continuando verticalmente le appendici laterali scure della spiaggia che si estende invece in orizzontale. In lontananza a destra si scorge una terza vela, al di là del banco roccioso, collocata come due sottili tratti grigi nella linea bianca sfumata dell'orizzonte. La zona rocciosa più prossima allo spettatore è costituita da zone di un nero più denso e meno denso, che difficilmente costituiscono forme intelligibili (appaiono infatti vagamente come scogli più alti e meno alti, non di più ci è dato scorgere) e che a una prima disattenta occhiata possono sembrare una massa nera omogenea.
La prima diagonale del quadro va da sinistra a destra partendo dal basso (all'anfratto verdognolo in cui sono collocate le due barchette, verso la terza vela in lontananza) mentre la seconda va sempre da sinistra a destra, ma partendo all'alto questa volta (la riconosciamo se seguiamo l'andamento delle creste inferiori delle nuvole). Questo fa sì che si venga a creare sulla sinistra del quadro uno slargamento (da me interpretato come punto di partenza) e sulla destra un restringimento (punto di arrivo) che insistono sulla linea dell'orizzonte. Il cielo è gonfio di nuvole, il cui grigiore si infittisce sulla destra, rispettando quella simmetria che abbiamo appena evidenziato. In direzione della luna (la piccola semicirconferenza bianca che si scorge in alto al margine del quadro) c'è un lieve chiarore violetto-azzurro e, sotto la coltre nuvolosa, nella zona che divide orizzonte del mare e orizzonte delle nuvole, il cielo è di un blu limpido.
Come ho interpretato questo dipinto? Stando la vita di Friedrich per volgere al termine, mi sembra ch'egli abbia voluto rappresentare le due barchette ormeggiate come simbolo dei traghetti delle anime che lasceranno la vita terrena (costituita dagli scogli neri e ormai indistinguibili) per raggiungere finalmente quell'infinito (costituito dal mare aperto e dall'orizzonte) impossibile da raggiungere in vita: è questo l'atteggiamento tipico del Romanticismo, che vedeva nella morte il ricongiungimento con l'infinito. La vela in lontananza sta appunto ad indicare il tragitto da seguire, verso l'orizzonte. Il fatto che l'orizzonte sia illuminato sottolinea che è questa la via che ora il pittore deve seguire, l'ultima rotta cui è destinato. Le due vele-'colonne d'Ercole' da superare per raggiungere l'infinito costituiscono esse stesse i mezzi con cui inoltrarvisi, quindi sono al tempo stesso limite e mezzo fra l'io-soggetto e il mondo-oggetto, segno che quella che prima sembrava una barriera insormontabile (la differenza fra individuo e universo) sta diventando adesso raggiungibile col sopraggiungere della morte, momento in cui l'individuo si rifà universo. La luna, da sempre presente in Friedrich e in tutto il suggestivo immaginario romantico, illumina l'ultimo tratto del percorso della vita dell'artista, apparendo ormai offuscata in segno di cordoglio.
Riprendendo ancora le parole di Eva Di Stefano:
"Se il Romanticismo consiste, secondo la definizione che ne dà il poeta Novalis nel 1798, nel dare a ciò che è familiare un aspetto enigmatico, al noto il prestigio dell'ignoto, al finito l'aparenza dell'infinito, la pittura di Caspar David Friedrich è il suo sigillo". E così un suggestivo e malinconico paesaggio marittimo può diventare la metafora degli ultimi giorni della vita di un Genio che si conclude.
R. V., marzo 2008
La prima diagonale del quadro va da sinistra a destra partendo dal basso (all'anfratto verdognolo in cui sono collocate le due barchette, verso la terza vela in lontananza) mentre la seconda va sempre da sinistra a destra, ma partendo all'alto questa volta (la riconosciamo se seguiamo l'andamento delle creste inferiori delle nuvole). Questo fa sì che si venga a creare sulla sinistra del quadro uno slargamento (da me interpretato come punto di partenza) e sulla destra un restringimento (punto di arrivo) che insistono sulla linea dell'orizzonte. Il cielo è gonfio di nuvole, il cui grigiore si infittisce sulla destra, rispettando quella simmetria che abbiamo appena evidenziato. In direzione della luna (la piccola semicirconferenza bianca che si scorge in alto al margine del quadro) c'è un lieve chiarore violetto-azzurro e, sotto la coltre nuvolosa, nella zona che divide orizzonte del mare e orizzonte delle nuvole, il cielo è di un blu limpido.
Come ho interpretato questo dipinto? Stando la vita di Friedrich per volgere al termine, mi sembra ch'egli abbia voluto rappresentare le due barchette ormeggiate come simbolo dei traghetti delle anime che lasceranno la vita terrena (costituita dagli scogli neri e ormai indistinguibili) per raggiungere finalmente quell'infinito (costituito dal mare aperto e dall'orizzonte) impossibile da raggiungere in vita: è questo l'atteggiamento tipico del Romanticismo, che vedeva nella morte il ricongiungimento con l'infinito. La vela in lontananza sta appunto ad indicare il tragitto da seguire, verso l'orizzonte. Il fatto che l'orizzonte sia illuminato sottolinea che è questa la via che ora il pittore deve seguire, l'ultima rotta cui è destinato. Le due vele-'colonne d'Ercole' da superare per raggiungere l'infinito costituiscono esse stesse i mezzi con cui inoltrarvisi, quindi sono al tempo stesso limite e mezzo fra l'io-soggetto e il mondo-oggetto, segno che quella che prima sembrava una barriera insormontabile (la differenza fra individuo e universo) sta diventando adesso raggiungibile col sopraggiungere della morte, momento in cui l'individuo si rifà universo. La luna, da sempre presente in Friedrich e in tutto il suggestivo immaginario romantico, illumina l'ultimo tratto del percorso della vita dell'artista, apparendo ormai offuscata in segno di cordoglio.
Riprendendo ancora le parole di Eva Di Stefano:
"Se il Romanticismo consiste, secondo la definizione che ne dà il poeta Novalis nel 1798, nel dare a ciò che è familiare un aspetto enigmatico, al noto il prestigio dell'ignoto, al finito l'aparenza dell'infinito, la pittura di Caspar David Friedrich è il suo sigillo". E così un suggestivo e malinconico paesaggio marittimo può diventare la metafora degli ultimi giorni della vita di un Genio che si conclude.
R. V., marzo 2008
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